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 FAQ
INDICE TEMATICO


OBESITÀ NELL’ETÀ INFANTILE E PUBERALE

D: sono una mamma di una bambina di 13 anni. Chiara è stata dichiarata obesa da diagnosi medica da parte di vari dietologi. Sono molto preoccupata per lei, sia da un punto di vista fisico, perchè i medici mi hanno detto che con la crescita e lo sviluppo la cosa potrebbe diventare pericolosa, sia da un punto di vista più interiore e psicologico, visto che mia figlia ha 13 anni.

R: i problemi del comportamento alimentare stanno diventando sempre più frequenti nella fascia di età che va dalla pre-adolescenza all’adolescenza. Particolarmente interessata al problema è proprio, secondo le statistiche del Ministero della Salute, la fascia di età tra i 6 e i 13 anni. Ciò significa che la percentuale dei bambini obesi risulta intorno al 4-6% su tutta la popolazione italiana. Gli Stati Uniti “vantano” una situazione molto grave in questo ambito, ma l’Europa ha dei tassi di aumento della popolazione obesa molto più alti e in avanzamento negli ultimi anni. Questo significa che se la percentuale di obesi in America è molto più elevata, i tassi di aumento sono più forti in Europa. E in Europa l’Italia è messa molto male.

Io non mi soffermerò sull’aspetto della sua domanda che riguarda le preoccupazioni dal punto di vista fisico, perchè non sono di mia competenza, nonostante non occorra essere medici per rendersi conto che le conseguenze fisiche possono certamente diventare preoccupanti.

Penso che le mie parole debbano invece andare più nell’ottica di una educazione alimentare volta a far maturare ai ragazzi un rapporto positivo e armonico con il cibo e a evitare comportamenti inadeguati e pericolosi; e a incentivare i genitori nel saper prendere una posizione di educatori anche in un ambito che può sembrare autonomo.

Intanto, è imprescindibile da qualunque intervento e opinione, cercare di capire quale è la motivazione alla necessità di mangiare sempre di più. Motivazione che può essere la golosità, l’insoddisfazione, la cattiva educazione alimentare da parte della famiglia, abitudini sregolate, scarsa stima di sé e del proprio corpo...Tutto ciò, chiaramente va indagato con attenzione, discrezione e profondità.

Ho seguito recentemente bambini obesi, la cui tendenza a non avere limiti nell’assunzione di cibo derivava da un comportamento alimentare scorretto di tutta la famiglia. Se poi, era vero, nel loro caso, che il loro metabolismo li conduceva a assimilare molto di più grassi e cibo rispetto agli altri componenti della famiglia, che erano magri o comunque nella norma, era vero anche che le abitudini che avevano recepito nel contesto famigliare erano del tutto scorrette.

È sempre bene sottolineare che l’educazione alimentare e il perseguire un rapporto equilibrato con il cibo non è un problema solo di obesi, anoressici e bulimici. È una condizione essenziale e comune per una vita sana e piena di benessere. Essere magri non corrisponde necessariamente a avere abitudini alimentari corrette. La parola dieta non vuol dire astinenza, ma mangiare regolamente!

L’intervento educativo su un problema di obesità è in sostanza un accompagnamento a una interiorizzazione della dieta necessaria e un cammino motivazionale verso gli obiettivi di essa. Tale percorso educativo, poi, può essere differente e può corrispondere, dal punto di vista pedagogico a interventi molto diversi tra loro.

Una volta, ebbi l’occasione di seguire una ragazzina obesa di 11 anni, dichiarata caso fallimentare dopo ripetuti tentativi di interventi di dietologia. Quando mi fu portata era profondamente frustrata e si portava dietro un senso profondo di fallimento e inadeguatezza. Facendo però un anamnesi accurata della sua realtà famigliare, emerse che il papà considerava un errore non cedere di fronte alle richieste insistenti della figlia che per la merenda quotidiana cercava un vasetto di nutella! Per il padre della bambina non era concepibile negare questa voglia, neppure sostituendo al vasetto, magari un semplice cucchiaino.

Dietro al comportamento alimentare di questa bambina, c’era l’incapacità dei genitori di trasmettere regole e limiti nel comportamento alimentare. La bambina era stata abituata fin da piccola a aprire gli scomparti del cibo senza limiti e senza regole. Ogni cosa gli era concessa e ogni voglia veniva soddisfatta come lecita e buona. L’intervento di aiuto nei confronti di questa bambina non riguardò solo lei, attraverso modalità che la aiutassero a migliorare una presa di coscienza del proprio corpo e dei propri effettivi bisogni, una conoscenza del proprio corpo e delle sue reazioni di fronte al cibo, a maturare una capacità di sapersi dire di no...Ma anche nei confronti dei genitori, come necessari alleati del suo sforzo in questa direzione.

Soprattutto, a questa età, è impensabile che i bambini raggiungano un equilibrio alimentare senza l’aiuto e il sostegno pratico oltre che morale dei genitori!

Chiaramente il mio intervento fu un lavoro sinergico con il dietologo che seguiva la bambina dal punto di vista medico. La mia azione fu un accompagnamento alla dieta alimentare della bambina, affinchè esso potesse divenire oltre che un dimagrimento fisico, un processo di auto-controllo e una occasione per rafforzare la personalità e il carattere e migliorare la stima di sé.

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QUANDO I BAMBINI NON PARLANO

D: sono il papà di un bambino di 2 anni e mezzo e sono molto preoccupato. Mio figlio ancora non parla e non è autonomo nei suoi bisogni. Lo abbiamo portato dalla psicologa e ci ha detto che è solo questione di tempo; ma poichè non eravamo soddisfatti, lo abbiamo portato anche da un foniatra che ci ha invece detto che nostro figlio potrebbe essere autistico oppure non esserlo e che bisogna farlo seguire da una logopedista. Noi siamo precipitati nel panico e non sappiamo che fare. Abbiamo costantemente l’immagine di “Rain Man” e siamo terrorizzati per il futuro di nostro figlio.

R: egr. signore, nella mia risposta, cercherò di mettere un pò di ordine nelle sue affermazioni, sperando di dissipare un pò di ansia e nello stesso tempo, eventualmente invitarla a ulteriori approfondimenti rispetto alla situazione specifica.

Riguardo all’autonomia nella evacuazione (nel compiere i propri bisogni), i bambini hanno tempo fino a 4 anni, talvolta 4 anni e mezzo, perchè si possa dire che sono ritardatari e perchè ci si debba preoccupare seriamente. Vi sono bambini che diventano autonomi molto presto e bambini molto più lenti; non perchè siano meno intelligenti o svegli, ma magari semplicemente perchè sono stati più stimolati e motivati nel raggiungere questo obiettivo. Riguardo al linguaggio, le tappe di evoluzione dello stesso, benchè siano in qualche modo definite, devono comunque poter contare su una certa flessibilità per poter prendere in considerazione la situazione personale e unica di ogni bambino.

Intorno a due anni, i bambini dovrebbero essere nella fase in cui il linguaggio si concretizza in un linguaggio costituito, con frasi complete, acquistando gradualmente elementi di grammatica e sintassi; la produzione linguistica è sintetica e telegrafica. Oltre i due anni, inizia il periodo del perchè. La invito anche alla lettura nel sito di un altro quesito proprio sull’argomento, scritto qualche tempo fa.

La psicologa, quindi, potrebbe aver ragione nell’affermare che è solo questione di tempo.

Non comprendo bene, invece, come il foniatra, specialista che per altro si occupa delle anomalie delle corde vocali e comunque anomalie di carattere organico, con conseguente riabilitazione, possa aver azzardato una diagnosi di autismo. Innanzitutto, perchè l’autismo può essere diagnosticato veramente solo da un neuropsichiatria e non da un foniatra. In secondo luogo, perchè affinchè un bambino sia autistico, vi debbono essere molti altri elementi che lo facciano sospettare, difficoltà più ampie e più gravi del semplice fatto che il bambino ancora non parla. Per esempio, problemi relazionali molto grossi. Tenga presente che generalmente i bambini autistici non allungano neppure le braccia per farsi prendere in braccio dai propri genitori.

Si tengono in considerazione tre elementi per un sospetto di autismo: problemi di relazione, di comunicazione e tendenza alla ripetitività. Vi sono diverse tipologie di autismo e vi sono anche tratti di autismo che non hanno niente a che vedere con l’autismo in senso stretto. Vi sono persino sindromi artistiche reversibili, come spesso accade in situazioni di bambini vissuti in orfanotrofi deprivanti per anni. Un dubbio di questo genere che mi rendo conto può essere lacerante per un genitore, può essere tolto da un neuropsichiatra. Un intervento logopedico, che sia nel caso di autismo, che sia nel caso di altro disturbo del linguaggio, può avere sicuramente utilità e senso; certamente non occorre però trascurare prima, il cercare di capire perchè il bambino non parla e soprattutto cosa si intende per non parlare, rispetto a quanto ho indicato prima come parametro di riferimento. Se il bambino non parla perchè per qualche motivo, trauma, etc...Non vuole parlare, sarà difficile che l’intervento logopedico porti a risultati.

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l’AUTONOMIA NELL’EVACUAZIONE

D: sono la mamma di un bambino di quasi 3 anni. Sono preoccupata perchè fa ancora la pipì nel pannolone e non sembra avere l’esigenza di fare diversamente. Poi non parla ancora. Vorrei sapere se questo è normale o no e se non lo è cosa potrei fare. La bambina di una mia amica ha la stessa età, ma va già in bagno da sola da sei mesi.

R: dalla sua domanda, comprendo che vi sono dubbi diversi su abitudini o atteggiamenti del bambino. Per motivi di chiarezza li affronto una alla volta.

Per quanto riguarda il raggiungimento dell’autonomia (andare in bagno da soli e fare a meno del pannolone), occorre sapere che innanzitutto è per i bambini una conquista e una maturazione. Fa parte di quello sviluppo “naturale” del bambino che generalmente avviene entro i 4 anni. Vi sono bambini molto precoci e bambini più tranquilli anche in queste tappe. Può addirittura capitare che vi siano bambini che raggiungono pienamente la loro autonomia nelle funzioni di evacuazione a 4 anni e mezzo. Non tutti i bambini sono uguali, pertanto non sempre i paragoni con altri sono illuminanti. Certamente se si superano i 4 anni e mezzo la cosa inizia a diventare preoccupante. Generalmente però i genitori si allarmano prima, in modo che prima di questa età si siano già dissipati eventuali dubbi. Nel suo caso, credo che suo figlio abbia ancora tutto il tempo necessario per incamminarsi verso questa maturazione/conquista.

Riguardo alla parola, vale in parte lo stesso discorso. Anche in questo aspetto lo sviluppo del linguaggio nei bambini, pur avendo una linea indicativa, può variare a seconda del bambino. Per esempio, si dice di solito che le bambine iniziano a parlare prima dei maschi. In generale, a due anni e mezzo, i bambini dovrebbero usare frasi con più parole. Tuttavia, dovrei, effettivamente, per risponderle in maniera adeguata, approfondire alcuni punti: dire che il bambino non parla significa che non emette nessun suono, oppure dice qualche parolina ma non frasi complete? Nel primo caso, potrebbe essere opportuno una visita specialistica, giacché, a due anni e mezzo, almeno qualche suono o parolina dovrebbe riuscire a pronunciare; nel secondo caso, invece, potrebbe essere semplicemente un bambino un pò tranquillo e magari non molto stimolato. Per esempio, vi sono bambini che stanno tutta la giornata da soli con la nonna o il nonno. Non hanno l’opportunità di giocare con coetanei o di vedere altre persone. Chiaramente gli stimoli che ricevono risultano differenti e anche la possibilità di parlare o meno, può rientrare in questo discorso. La voglia di parlare del bambino è legata alla voglia di comunicare e di farsi capire. Se non vi è nessuno con cui parlare oppure se dall’altra parte vi sono adulti che si sforzano troppo di capire cosa vuole dire, senza lasciarlo “FATICARE” per far emergere la parola o quanto vuole esprimere...Il bambino avrà poca motivazione nel parlare, perchè sa che se anche lui non si sforza, si sforza qualcun altro al posto suo. Se però, osservando il comportamento di suo figlio, con quando detto sopra, lo ritenesse opportuno, una visita dal pediatra oppure da uno specialista che si occupa dello sviluppo dei bambini e del linguaggio (pedagogista, psico-pedagogista, pedagogista clinico, psicologo dell’infanzia...) potrebbero dissipare ogni eventuale dubbio.

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ORIENTARE ALLA SCELTA UNIVERSITARIA

D: ho letto con attenzione il suo articolo di qualche mese fa sull’orientamento e ho pensato di chiederle un approfondimento perchè il tema mi riguarda indirettamente. Sono la mamma di un ragazzo di 18 anni che si affaccia alla scelta scolastica universitaria. Mio figlio è molto motivato a proseguire gli studi nella facoltà di scienze dell’educazione, pur avendo frequentato il liceo scientifico. I docenti non sono molto convinti della sua scelta, sia nel senso della tipologia di indirizzo che nella sua capacità personale di successo, perchè dicono che è una persona molto superficiale. Vorrei sapere se secondo lei potrebbe essere utile un percorso orientativo individualizzato e come comportarmi in questa situazione per evitare perdite di tempo e insuccessi frustranti.

R: nella situazione che lei mi descrive, sicuramente potrebbe essere utile un percorso orientativo, con lo scopo di fare un momento di riflessione prima di una scelta importante e in qualche modo decisiva per il futuro. Un percorso orientativo proposto e non imposto, naturalmente.

La finalità sarebbe quella di aiutare suo figlio ad auto-orientarsi verso la scelta giusta, mettendo in rilievo competenze e capacità, aspirazioni, attitudini e realtà. Un momento di riflessione sulle sue aspirazioni e sulle sue competenze attuali, sulle capacità in potenza e su quelle in atto che porta dentro di sé e che compongono il suo bagaglio personale.

Un percorso orientativo può avere il frutto di confermare la scelta ipotizzata oppure di metterla in discussione facendo emergere alcuni “imprevisti” sia in rapporto alle competenze, sia alle aspirazioni, sia nell’ottica della realtà. Sempre, fornisce anche la possibilità di formulare un progetto sul futuro, per dare alla persona l’opportunità di riflettere non solo sulle conseguenze della sua scelta a breve termine, ma anche a medio-lungo termine.

Un altro strumento utile, in una ottica orientativa, potrebbe essere il bilancio di competenze, un percorso un pò più lungo, nel quale attraverso colloqui e test (con lo scopo di aiutare il soggetto a conoscersi meglio e non di valutarlo) ci si incammina verso la propria scelta.

Spesso mi capita che i genitori mi scrivano per avere delle ricette educative nelle situazioni correnti della vita. Il desiderio di aiutare i propri figli e di proteggerli fino in fondo, di evitargli errori e incertezze conduce quasi sempre il genitore a cercare costantemente risposte il più possibile lontane da qualunque rischio e possibilità di insuccesso.

Generalmente, però, la vita non trova risposte certe e assolute. Le scelte che compiamo vengono confermate a mano a mano che esse hanno la possibilità di evolversi e svilupparsi. Vale a dire che fino a che non si è nella situazione concreta, anche il nostro talento e le nostre energie non possono espletarsi completamente.

In un percorso di orientamento, ciò che conta non è quello che pensano gli altri, quello che gli altri pensano che noi saremo in grado di fare, ma quello che attraverso una presa di coscienza individuale e profonda, noi ci rendiamo conto di poter fare e di non poter fare, per poter arrivare ai nostri obiettivi.

Come pedagogista clinica, la mia preoccupazione principale di fronte ai percorsi di orientamento e di bilancio competenze che svolgo con giovani e adulti, non è quella di orientare la persona verso una strada piuttosto che un’altra, di convincere o dissuadere dall’intraprendere una determinata scelta, ma quella di aiutare la persona a auto-orientarsi verso un progetto realistico e concreto che fa coincidere aspirazioni profonde e possibilità di attuazione, che porti la persona a fare la SUA scelta attraverso una matura consapevolezza di possibilità, limiti e progetti.

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RAPPORTO GENITORI-FIGLI NELLE SEPARAZIONI E NEI DIVORZI

D: sono il papà di una bambina di 7 anni. Mia moglie e io siamo separati e non ci siamo lasciati bene. Mia figlia vive con la mamma e da qualche tempo non mi vuole più vedere. Ho l’impressione che lei fomenti nella testa di mia figlia queste idee e che passando il tempo le cose peggiorino. Perchè non mi vuole più vedere? Cosa posso fare?

R: rispondere alla sua domanda non è cosa affatto semplice. Innanzitutto perchè occorrerebbe essere a conoscenza di molti più dati e circostanze e in secondo luogo perchè bisognerebbe conoscere la bambina.

Non sono il tipo da diagnosi precoci e avventate o consigli superficiali.

Credo che vi sia una cosa da approfondire: il motivo per cui sua figlia non manifesta più il desiderio di vederla. Bisogna capire cosa è cambiato rispetto a prima, supposto che prima questo desiderio vi fosse (almeno così appare dalla sua domanda).

Potrebbe essere utile fare fare questo approfondimento da qualcuno di esterno, per essere certi che la bambina venga osservata in maniera oggettiva e che anche lei abbia la possibilità di parlare liberamente, senza la paura di offendere nessuno e senza il rischio di condizionamenti.

Il mondo interiore dei bambini che vivono la separazione dei genitori è molto complesso e i modi, gli strumenti che mettono in atto per affrontarli sono abbastanza variegati. È praticamente impossibile fare una griglia a riguardo. Bisogna riflettere con la bambina e capire il suo disagio, che è il suo, solo suo e di nessun altro.

Diciamo che, in condizioni normali, sarebbe opportuno che i figli di genitori separati continuino ad avere due punti di riferimento genitoriale: mamma e papà. Così come sarebbe opportuno che ciò avvenga nella serenità e nell’accordo indipendentemente dall’esito della separazione in se stessa. Mi rendo conto, però che per vari motivi, a volte è complicato raggiungere questo obiettivo.

Detto questo, non posso dirle nulla di più che cercare di approfondire con l’aiuto di qualcuno di esperto le motivazioni di sua figlia.

Riguardo al presunto comportamento di sua moglie, chiaramente se ciò fosse reale, non sarebbe decisamente produttivo per la bambina. Quello che mi sento sempre di raccomandare nei casi di separazione è proprio di evitare di parlare male dell’altro genitore o di usare il figlio come arma o “ostaggio”. Ma credo in questo di non dirle nulla di nuovo. Tale atteggiamento però dovrebbe essere di più di qualcosa di intuìto semplicemente. Si dovrebbe avere la certezza che sua moglie condizioni davvero la bambina, per sapere come intervenire, prima che verso la figlia, nei confronti della mamma.

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DISTURBI DELL’AUTONOMIA

D: mio figlio ha 14 anni e ha un problema molto grosso. Non riesce a andare in bagno in tempo, quando sente lo stimolo di espellere le feci. Siamo stati per diversi anni a colloquio con una assistente sociale, ma il problema non è stato risolto per niente. Succede anche a scuola. Quando so che capita, io mi arrabbio molto con lui e lo sgrido, ma nonostante tutto non cambia atteggiamento. Tra l’altro l’assistente sociale voleva parlare sia con me che con lui, perchè sosteneva che il problema fosse legato a me. Sono separata da 6 anni e mio marito è un padre assente. Cosa posso fare per aiutare mio figlio?

R: cara signora, come giustamente già lei ha fatto notare, il ragazzo ha un problema grosso e non va assolutamente sottovalutato. È il caso di intervenire al più presto per risolvere la situazione, prima che essa procuri danni psico-fisici gravi. Non è neanche il caso di sgridarlo, perchè la difficoltà in sé stessa e le frustrazioni conseguenti potrebbero già procurargli un disagio notevole.

Intanto, per fare chiarezza sarebbe importante definire se questa difficoltà di evacuazione in tempo corretto ha origini fisiche e se sono stati fatti accertamenti di carattere medico.

Solo definito che non è sicuramente un problema fisico, possiamo ipotizzare che sia un problema legato a qualcosa d’altro. Poi mi viene da porle un ulteriore quesito: non è mai riuscito a evacuare correttamente oppure dopo un periodo in cui aveva raggiunto l’autonomia, è regredito? Ciò avviene prevalentemente di giorno o di notte? O in entrambi i casi? È associabile a un solo contesto oppure capita a scuola, a casa, nel tempo libero?

Ci sarebbe poi da approfondire cosa pensa lui di questo problema. Se lo considera tale, come lo vive, anche in rapporto alle relazioni sociali, soprattutto se ciò può avvenire in presenza di coetanei non sempre disposti a chiudere un occhio di fronte a un problema evidente.

Questo tipo di approfondimento dovrebbe essere svolto con l’aiuto di uno specialista. Generalmente i problemi legati all’autonomia, se non hanno origini fisiche, sono legate alla sfera emotivo-affettiva. Andrebbero però sondate le motivazioni con una anamnesi approfondita che conduca a una diagnosi chiara, in modo da poter stabilire anche una ipotesi di intervento.

Non mi stupisce molto che dopo anni di incontri con una assistente sociale non si sia risolto nulla. Ognuno ha il proprio ruolo e non credo che una assistente sociale possa, per il suo raggio di azione e le competenze che possiede, intervenire in situazioni del genere. E dicendo questo non vado a sminuire la professionalità della collega. Semplicemente a ciascuno il suo, penso che questo sia fondamentale per ottenere risultati positivi. Qui serve o un pedagogista, un pedagogista clinico, oppure uno psicologo.

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BAMBINI E ASILO

D: mio figlio ha iniziato a frequentare la scuola materna; non posso dire che non gli piaccia andare perché si diverte molto. E' un bambino molto comunicativo, ma a volte, quando lo accompagno piange. Mi sento in colpa a lasciarlo. Non capisco perché piange visto che si diverte con gli altri bambini e le maestre mi raccontano che sembra un bimbo sereno. A volte ho paura di sbagliare. Forse farei meglio a tenerlo a casa. Abbiamo due nonni disponibili ad aiutarci a che potrebbero prendersi cura di lui molto bene e forse farei meglio a approfittare di loro. R: gentile signora, a volte come genitori ci facciamo prendere troppo dallo scrupolo e dalla paura che le lacrime siano sempre da evitare e che da esse dobbiamo preservare ,a tutti i costi, i nostri figli. Rischiamo di non esercitare una maternità e una paternità adulte, ma un maternage eccessivamente protettivo e a sua volta infantile. Convinti di fare del bene, non ci rendiamo conto che di fatto, concretamente, siamo impedimento alla crescita evolutiva e allo sviluppo dell’autonomia e delle potenzialità dei nostri figli. Che i bambini piangano prima di andare all’asilo o a scuola è un episodio frequente. Il distacco al momento dell’ingresso scolastico è simbolo di un distacco che piano piano il bambino affronta per diventare “grande”. Nella sua vita ci saranno molti altri distacchi inevitabili che potrebbero provocare inizialmente qualche lacrima. È fondamentale che in questi momenti la mamma fornisca un aiuto positivo nella situazione e un rinforzo al passo di crescita. Ciò può essere dato da qualche parola rassicurante oppure da un sorriso affettuoso. A volte assisto a scene “inquietanti”: il bambino piange e la mamma si dispera, come se stesse accadendo qualcosa di tremendo. In questo modo il messaggio che viene passato al bambino non è di conforto al suo “dolore”; diviene un’ulteriore fatica posta tra lui e l’andare all’asilo, a scuola, insomma il fare le proprie scelte. Se non permettiamo ai bambini di crescere fin da piccoli in questo aspetto, ci troveremo a impedirlo anche quando saranno più grandi e a confondere lo spirito di protezione e di cura (cose sagge) con il tenere sotto una campana di vetro. Occorre che come genitori ci si auto-educhi. Le lacrime non devono spaventare se portano a qualcosa di positivo. Devono preoccupare quando sono sintomo di malessere e disagio, e quando non sono un fattore isolato rispetto ad altri sintomi di difficolt&agave; del bambino. Si tratta solo di imparare a leggere la differenza con obiettività e intenzionalità educativa. Senza nulla togliere al grande valore dei nonni, quello che l’ambiente comunitario dell’asilo può aiutare a sviluppare, non può essere sostituito da loro. Ci sono tempi e tempi. Ci sono tempi in cui i bambini hanno bisogno solo del calore di un ambiente famigliare protetto e sicuro. Ci sono tempi in cui questo non è più sufficiente per lo sviluppo armonico della persona e si affaccia il bisogno di una educazione alla socialità. E del resto non siamo isole, ma viviamo nel mondo!

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MA CHI È IL PEDAGOGISTA CLINICO?

D: gentile dottoressa, ho guardato con attenzione il vostro sito e l’ho trovato molto interessante. Ho visto che il pedagogista clinico può fare tante cose. Mi chiedevo, infatti, se non vi è il rischio di sovrapporsi ad altre professioni, oppure se è invece possibile integrarsi ad esempio con logopedisti, psicomotricisti, etc...E in che modo.
Grazie. Francesca, Roma.

R: gentilissima Francesca, la ringrazio per le sue considerazioni sul nostro sito e anche per la possibilitàà che mi offre, attraverso la sua domanda di chiarire ancora meglio le opportunità professionali e gli ambiti di azione del pedagogista clinico.

La nostra professione che trae le sue radici nella pedagogia originaria, assume, grazie a metodi propri di intervento e a uno stile educativo di aiuto alla persona che la coinvolge integralmente, la sua specificità e la sua diversità. Il pedagogista clinico si rivolge alla persona nella sua completezza e nella sua totalità, si impegna nella comprensione del disagio dell’altro, con l’obiettivo di aiutarlo a reagire ad esso con le sue forze fino a diventare efficace nell’ambiente e nella realtà circostante. Non c’è rischio di sovrapposizione con altre professioni, perchè i metodi di intervento del pedagogista clinico sono propri e il bambino con disturbo della lettura che va dal logopedista e quello che va dal pedagogista clinico non fanno le stesse cose. Per questo motivo, vi sono famiglie che decidono, potendo permetterselo, di fare fare entrambe le cose. Tengo a sottolineare che l’uno e l’altro intervento sono validi e efficaci. Ognuno, però, lavora in modo differente, con uno stile proprio e con metodi del tutto calibrati in rapporto alle proprie competenze specifiche.

La stessa cosa si può dire rispetto a psicologi, neuropsichiatri, psicomotricisti...Tutte professionalità con cui ci si può confrontare e collaborare. Con alcune, a volte, è assolutamente necessario farlo, perchè vi sono situazioni, in cui, per una buona diagnosi è indispensabile non fare da soli.

Cosa fondamentale, è che ogni professionista, consapevole delle proprie competenze e delle proprie possibilità di aiuto nei confronti del soggetto in difficoltà, sappia stare al suo posto non invadendo lo spazio di altri operatori, o credendo di essere l’unico a poter intervenire su quel determinato disagio o in quella particolare situazione. Ad esempio, quando una persona viene da me per difficoltà di lettura e scrittura, inizio la mia anamnesi pedagogico-clinica, ma poichè non sono neuropsichiatra, né medico, sarà mio compito far notare ai genitori che è necessario questo tipo di approfondimento, per verificare l’esistenza di anomalie organiche che evidentemente io non posso né affermare, né escludere. Allo stesso modo, vi deve essere anche dall’altra parte la stessa consapevolezza di fronte ai propri limiti, per non entrare in un campo dove le proprie competenze sono meno specifiche, se non del tutto assenti.

Diverso tempo fa mi capitò una situazione di un bambino che sentiva in continuazione lo stimolo per fare pipì; gli capitava a casa e anche a scuola. Questo per lui rappresentava un grosso problema, soprattutto a scuola, dove per il suo disagio si incontrava con il giudizio dei compagni o con i loro scherni. Invitai la madre, a appurare se non vi fosse qualche problema di carattere fisico, perchè era opportuno verificare questo aspetto per comprendere se l’origine del disagio di suo figlio potesse avere una radice esclusivamente ansiosa, affettiva, etc...Oppure se vi fosse altro. La madre andò dalla pediatra che dopo aver rilevato, anche con esami clinici, che il bambino fisicamente stava bene, aggiunse anche che non era necessario portarlo da nessun altro specialista, perchè sicuramente le cose si sarebbero sistemate da sole. Peccato che il suo ruolo era solo quello di appurare se vi fossero cause fisiche al disagio! Questo, cara Francesca, intendo per consapevolezza dei propri limiti, una consapevolezza che per collaborare e non sovrapporsi deve essere reciproca.

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I TEMPI DEI BAMBINI NELLE SEPARAZIONI

D: sono la mamma di una bambina di 6 anni. Sono separata e attualmente convivo con un’altra persona. Alessia vive con noi. Il mio nuovo compagno non ha figli, ma si è mostrato molto disponibile nei confronti di Alessia. Lei invece non sembra volerlo accogliere bene e non lo vuole chiamare papà anche se lui le dice in continuazione di farlo. Vorrei chiedere un consiglio su come fare perchè mia figlia accetti il mio nuovo compagno.

R: è chiaro che Alessia non voglia chiamare il suo nuovo compagno papà, perchè non è il suo papà e non lo sarà mai! Alessia ha un papà che nonostante non viva più con voi, mi sembra di capire sia ancora vivo e vegeto. Non c’è ragione per cui la bambina debba chiamare con il nome di papà chi secondo lei, a ragione, non lo è.

Aiutare la bambina a accettare e accogliere questa nuova presenza non è un obiettivo che può essere raggiunto cercando di sostituire ruoli già esistenti. Questo non avrebbe il frutto di aiutare sua figlia, ma semplicemente quello di confonderle le idee. È anzi molto importante che nonostante la separazione, i ruoli e i compiti dei genitori siano molto chiari, come prima che ciò avvenisse. Alessia continua a avere una mamma che vive con lei e che verso di lei ha dei doveri, così come continua a avere un papà che nonostante non viva più nella stessa casa, prosegue nel suo compito genitoriale. Per questo motivo, là dove è possibile è mia opinione che si debba tentare la strada dell’affidamento congiunto. Tuttavia, mi rendo conto che questa via non sempre è possibile per vari motivi. In entrambi i casi però, il bene del minore deve essere tenuto in maggiore considerazione che le nostre ansie di vedere accettata la nuova realtà. È il mondo dell’adulto che, in queste situazioni, deve adattarsi ai tempi dei bambini e non viceversa; e talvolta i tempi dei bambini sono molto lunghi. Se si impone una presenza, senza che il proprio figlio ne sia pronto, si rischiano di creare fratture e incomprensioni ben più gravi. Occorre molta molta pazienza. A volte quello che può aiutare è che il genitore convivente nutra di intimità e complicità il proprio rapporto con il figlio/la figlia. Che si intensifichi quell’unione e quel rapporto di affetto che già prima esisteva. Che si intensifichi la relazione di fiducia tra mamma e figlia, in questo caso. E che l’altra persona sappia stare al proprio posto: che non significa nascondersi o restare in disparte, ma capire con saggezza e discrezione quali sono i limiti di confidenza e amicizia che si debbono creare. Spesso capita che i nuovi compagni/le nuove compagne non sempre capiscono che occorre creare un legame con il figlio/la figlia dell’altro. E che questo rapporto non nasce dalla sera alla mattina, ma come diceva il piccolo principe, ci vuole tempo e pazienza. Le suggerisco la lettura di questo buon libro, molto breve, ma decisamente sapiente su come creare un legame, senza fretta e con discrezione. Spero di averle dato qualche spunto per una ulteriore riflessione.

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ADHD, QUESTA SCONOSCIUTA...?

D: il mio bambino frequenta la terza elementare e le maestre mi dicono che non riescono a tenerlo fermo. Diventano matte tutti i giorni perchè in classe disturba e mi hanno detto che non ce la fanno più! Lui mi racconta che le maestre lo trattano male e appena chiede qualcosa viene subito zittito. Non so perchè lui si comporti in questo modo; vorrei che qualcuno mi dicesse cosa ha mio figlio. Le insegnanti mi dicono che mio figlio è sicuramente un ADHD e io non so neppure cosa significhi.

R: in questi ultimi anni, in ogni classe, in media, si trovano almeno uno o due bambini con la stesse difficoltà di suo figlio che portano di conseguenza a una sorta di esasperazione del nucleo insegnanti.
Il problema, dal mio punto di vista, sta nel capire per quale motivo i bambini/ragazzi si comportano in questo modo e nello stesso tempo nel cercare di fare chiarezza sul termine ADHD che si utilizza con eccessiva spavalderia anche quando non è il caso di farlo.
ADHD è un termine che proviene dagli Stati Uniti, dove il disturbo è stato “scoperto” e che sta a indicare il DISTURBO DA DEFICIT DELL’ATTENZIONE E IPERATTIVISMO. Il comitato scientifico internazionale sta ancora studiando l’argomento e sebbene siano stati evidenziati i possibili comportamenti “sospetti” di ADHD, ancora non esistono gli strumenti veri e propri per fare una adeguata e completa diagnosi del problema. E sottolineo adeguata e COMPLETA, soprattutto. I comportamenti sospetti sarebbero tre: iperattività, disattenzione e impulsività.
Una parte dell’opinione scientifica riconosce nel disturbo esclusivamente origini neurobiologiche. Si tratterebbe di una disfunzione cerebrale e la cura sarebbe prevalentemente farmacologica. Vi è invece una seconda fetta di scienza che condivide l’ipotesi che questo disturbo non esoneri fattori ambientali, psico-affettivi e individuali e in tal caso, la terapia sarebbe a favore di interventi incrociati, di carattere medico-pedagogico. Il dibattito scientifico è molto acceso.

Rispetto a quanto ho detto, diventa chiaro che non è sufficiente che un bambino non riesca a stare fermo, o sia eccessivamente vivace, per venire definito ADHD. Ancor più, giacchè specialisti e professionisti del settore stanno ancora studiando gli strumenti idonei per una completa diagnosi, appare alquanto bizzarro che le insegnanti avanzino la pretesa di essere già in grado di farlo. Se rispetto a quanto ho descritto il dubbio di intravedere questo disagio nel bambino permane, solo un neuropsichiatria può fornirle la risposta adeguata.

Nella situazione di suo figlio, cercherei però, anche di capire meglio il suo comportamento e di leggere il suo disagio di qualunque natura si tratti. Potrebbe essere opportuno consultare uno specialista dell’educazione affinchè possa attraverso una osservazione prolungata e strumenti opportuni poter cogliere la natura e le motivazioni del suo comportamento. Ci sono bambini che a scuola non stanno fermi, perchè trovano i metodi utilizzati per trasmettere i contenuti noiosi e poco stimolanti. Ve ne sono altri che manifestano un disagio nascosto con disattenzione, scarso rendimento e eccessiva vivacità. Ve ne sono altri ancora che per cause di natura psico-affettiva o ambientale rispondono con queste modalità al loro disagio interiore.
Ben comprende quanto è complesso fare una diagnosi approfondita e quanto questa non si possa improvvisare tra i banchi di scuola o nelle pagine di una rivista. Senza allarmarsi, potrebbe essere opportuno un approfondimento.

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C’È UN TEMPO PER TUTTO

D: mia figlia compie gli anni a gennaio e io vorrei mandarla a scuola prima dei sei anni. Ci terrei che andasse prima perchè vorrei che da grande studiasse e penso che iniziare presto la scuola possa aiutarla.

R: la possibilità che un bambino o una bambina vadano a scuola prima del compimento dei 6 anni dipende dalla maturità e dallo sviluppo del minore e non dalla volontà o dal desiderio dei genitori. Spesso crediamo che “mandare” i figli a scuola prima del tempo stabilito sia una sorta di autostrada per la “genialità” e trascuriamo il fatto che se il bambino o la bambina non sono ancora pronti per affrontare questa esperienza, non solo non andremo a raggiungere questo obiettivo, ma andremo a procurare loro una buona dose di ansia e di frustrazione. Da un punto di vista pedagogico, il bambino intorno ai 6 anni raggiunge quella maturazione fisica, motoria, emotivo-affettiva, psicologica e globale idonea per affrontare la transizione dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria. Vi sono bambini che, prima dei 6 anni, già possiedono questa maturità, ma vi sono anche bambini che, pur possedendola, preferirebbero potendo scegliere, non anticipare il passaggio. Per questo motivo, la mia risposta alla sua domanda, non è mandare o non mandare sua figlia a scuola prima del tempo; la mia risposta alla sua domanda è una ulteriore domanda: “mia figlia è pronta per questo salto? Ho provato a parlarne con lei?”. Si tratta anche di correggere un pò i termini e le modalità con cui comunichiamo con i nostri bambini fin da piccoli.
I bambini sono PERSONE. Più che “la mando o non la mando, ci terrei che andasse”...direi, “è il caso che vada o che non vada prima per il suo bene?”

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PROGETTI COMPLETI

D: sono una insegnante di scuola superiore. Vorrei sapere cosa pensa lei delle attività di orientamento e come imposterebbe un progetto completo sull’orientamento.

R: trovo il tema dell’orientamento attuale e necessario per i nostri ragazzi fin a partire dalla scuola media. I ragazzi sono spesso disorientati e dubbiosi riguardo alle loro scelte, non soltanto di carattere formativo o professionale.
Per questo motivo, credo che, da un punto di vista pedagogico, un buon progetto sull’orientamento debba prima di tutto, essere più che una attività, una ESPERIENZA. Cioè, qualcosa che i ragazzi vivano su di sé e li aiuti a conoscersi in rapporto a sé, agli altri, al mondo, in modo da divenire atti a fare scelte adeguate per la loro vita, da tutti i punti di vista. Come già, più volte accennato, in alcuni articoli precedenti sullo stesso tema, credo in un cosiddetto “auto-orientamento”; che non significa lasciare che i ragazzi vadano allo sbaraglio o scelgano inconsapevolemente. Credere in una forma di auto-orientamento, significa credere nella loro potenziale capacità consapevole di scelta, se noi sapremo fornirgli gli strumenti adeguati per farlo.
In questa ottica, è giusto e utilissimo che i ragazzi abbiano un orientamento di tipo informativo che gli fornisca tutte le informazioni necessarie sul mercato della formazione e del lavoro, ma tutto questo senza avergli prima fornito degli strumenti di lettura, è come regalare una macchina a uno che non ha la patente!
Dal punto di vista pedagogico, un progetto di orientamento completo si preoccupa di aiutare il ragazzo a conoscersi, capirsi e accettarsi. Questi obiettivi possono essere raggiunti con esperienze di carattere educativo che promuovano la conoscenza di sé, delle proprie abilità e competenze, la capacità di riconoscere e leggere dentro di sé aspirazioni e desideri, l’empatia, la capacità di gestire conflitti, emozioni, di definire i propri limiti e le proprie aree di miglioramento, l’accettazione di sé e degli altri. Esperienze individuali e di gruppo. Solo una volta, creata una base di conoscenza di sé e una consapevolezza di chi si è e di conseguenza cosa si vuole, si possono poi innestare le informazioni necessarie e pratiche e la persona sarà in grado di fare una scelta in prima persona, consapevole, realista e vissuta! Torna all’indice



GELOSIA, BRUTTA BESTIA!

D: ho un problema con uno dei miei figli. Ha 12 anni e da qualche tempo ha iniziato a avere scatti di ira con la sorellina di tre anni che, mi rendo conto, essendo molto piccola e avendo avuto diversi problemi di salute, fagocita la mia attenzione. Ho anche un altro figlio, ma ha 18 anni e non è quasi mai in casa. Il problema è che se non sto attenta quello di 12 anni picchia la sorellina; io non posso mai lasciarla sola. Non capisco perchè faccia così. Ma non si rende conto che le fa male e che lei è piccolina e ha bisogno di più aiuto?

R: la gelosia tra fratelli è piuttosto comune, ma quello a cui occorre fare attenzione sono le modalità con cui essa si manifesta. Probabilmente, suo figlio di 12 anni, in questo momento si sente un pò “abbandonato”. Non importa se questo sia reale o meno, se effettivamente gli si dedichi meno tempo a causa della fragilità della sorellina oppure se è solo una sua percezione. Quello che è importante capire è che lui così lo vive.
Partendo da questo presupposto, è opportuno dialogare con lui, entrare nella sua sofferenza e cercare di aiutarlo a uscirne, attraverso una ri-acquisizione di fiducia in sé e nella sua famiglia. 12 anni sono anche una età impegnativa: lui non è più piccolo da fagocitare le attenzioni della mamma, ma non è neanche ancora grande, come il fratello maggiore, da trovare fuori casa, quelle “compensazioni positive” e affettive. Un modo potrebbe essere quello di coinvolgere suo marito. Visto che la sua attenzione deve, a causa dei problemi di salute, essere più dedicata alla bimba, suo figlio chissà potrebbe trovare una gratificazione in un rapporto un pò più vicino e “esclusivo” con il papà.
La cosa importante di fronte alle difficoltà legate alla gelosia tra fratelli è, da una parte non farsi possedere dalla paura e dall’altra non colpevolizzare il soggetto che la prova, perchè nella molteplicità delle situazioni, generalmente, se la vive è perché si sente privato di qualcosa e nel momento in cui, lo si aiuta a rasserenarsi e a ritrovare la fiducia di essere amato, la gelosia scompare o per lo meno le manifestazioni si ridimensionano.

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QUANDO MANGIARE DIVENTA UN PROBLEMA

D: mia figlia ha 16 anni e mezzo e da qualche mese ho scoperto che dopo aver mangiato, vomita. È dimagrita moltissimo e sta perdendo anche i capelli. Io lavoro dalla mattina alla sera e a pranzo lei è sempre sola quando torna da scuola. Perciò non posso controllarla. Ho tanta paura, perchè non so come affrontare il discorso con lei. Temo di fare più male che bene. E non so come farla ricominciare a mangiare. Suo papà mi dice di non preoccuparmi perchè prima era cicciotella e sta meglio adesso. Non ha mai avuto fisse sull’aspetto fisico e non capisco dove e quando sia iniziato tutto.

R: aiutare sua figlia, senza cercare di dialogare con lei è impossibile. Capisco che possa avere timore nell’affrontare con lei il discorso, ma l’ascolto e il dialogo sono alla base di qualunque desiderio di aiuto nei confronti di qualcuno. Dal suo racconto, credo, tra l’altro che i segni del comportamento alimentare della ragazza siano comparsi già diverso tempo fa, visti i sintomi che lei descrive, quali la perdita dei capelli.
Sono però convinta che l’aiuto in famiglia in questa situazione non sia sufficiente, ma sia opportuno e urgente far aiutare sua figlia da qualche professionista, per evitare che la situazione peggiori e procuri alla ragazza, prima che disagi affettivi-relazionali, grossi problemi di salute.
Si armi di coraggio e fiducia e aiuti sua figlia subito, senza perdere altro tempo.

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RAIN MAN?

D: sono il papà di un bambino di 2 anni e mezzo e sono molto preoccupato. Mio figlio ancora non parla e non è autonomo nei suoi bisogni. Lo abbiamo portato dalla psicologa e ci ha detto che è solo questione di tempo; ma poichè non eravamo soddisfatti, lo abbiamo portato anche da un foniatra che ci ha invece detto che nostro figlio potrebbe essere autistico oppure non esserlo e che bisogna farlo seguire da una logopedista. Noi siamo precipitati nel panico e non sappiamo che fare. Abbiamo costantemente l’immagine di Rain Man e siamo terrorizzati per il futuro di nostro figlio.

R: egr. signore, nella mia risposta, cercherò di mettere un pò di ordine nelle sue affermazioni, sperando di dissipare un pò di ansia e nello stesso tempo, eventualmente invitarla a ulteriori approfondimenti rispetto alla situazione specifica.

Riguardo all’autonomia nella evacuazione (nel compiere i propri bisogni), i bambini hanno tempo fino a 4 anni, talvolta 4 anni e mezzo, perchè si possa dire che sono ritardatari e perchè ci si debba preoccupare seriamente. Vi sono bambini che diventano autonomi molto presto e bambini molto più lenti; non perchè siano meno intelligenti o svegli, ma magari semplicemente perchè sono stati più stimolati e motivati nel raggiungere questo obiettivo. Riguardo al linguaggio, le tappe di evoluzione dello stesso, benchè siano in qualche modo definite, devono comunque poter contare su una certa flessibilità per poter prendere in considerazione la situazione personale e unica di ogni bambino.

Intorno a due anni, i bambini dovrebbero essere nella fase in cui il linguaggio si concretizza in un linguaggio costituito, con frasi complete, acquistando gradualmente elementi di grammatica e sintassi; la produzione linguistica è sintetica e telegrafica. Oltre i due anni, inizia il periodo del perchè. La invito anche alla lettura di un numero trascorso del giornale, di un altro quesito proprio sull’argomento.

La psicologa, quindi, potrebbe aver ragione nell’affermare che è solo questione di tempo.

Non comprendo bene, invece, come il foniatra, specialista che per altro si occupa delle anomalie delle corde vocali e comunque anomalie di carattere organico, con conseguente riabilitazione, possa aver azzardato da solo, senza l’ausilio di un neuropsichiatra (unico veramente in grado di fare una diagnosi in questo senso) una diagnosi di autismo. In secondo luogo, perchè affinchè un bambino sia autistico, vi debbono essere molti altri elementi che lo facciano sospettare, difficoltà più ampie e più gravi del semplice fatto che il bambino ancora non parla. Per esempio, problemi relazionali molto grossi. Tenga presente che generalmente i bambini autistici non allungano neppure le braccia per farsi prendere in braccio dai propri genitori.
Si tengono in considerazione tre elementi per un sospetto di autismo: problemi di relazione, di comunicazione e tendenza alla ripetitivitàà. Vi sono diverse tipologie di autismo e vi sono anche tratti di autismo che non hanno niente a che vedere con l’autismo in senso stretto. Vi sono persino sindromi autistiche reversibili, come spesso accade in situazioni di bambini vissuti in orfanotrofi deprivanti per anni. Un dubbio di questo genere che mi rendo conto può essere lacerante per un genitore, può essere tolto da un neuropsichiatra. Un intervento logopedico, che sia nel caso di autismo, che sia nel caso di altro disturbo del linguaggio, può avere sicuramente utilità e senso; certamente non occorre però trascurare prima, il cercare di capire perchè il bambino non parla e soprattutto cosa si intende per non parlare, rispetto a quanto ho indicato prima come parametro di riferimento. Se il bambino non parla perchè per qualche motivo, trauma, etc...Non vuole parlare, sarà difficile che l’intervento logopedico porti a risultati.

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EDUCAZIONE AFFETTIVA NELLA SCUOLA

D: nella mia scuola si è deciso di realizzare un progetto di educazione affettiva e sessuale per i ragazzi delle scuole medie e superiori. Mi domando quanto sia utile questa cosa e se non sia compito della famiglia pensare a questo aspetto.

R: negli ultimi anni, sono molte le scuole che si sono sentite chiamate in causa, nell’affrontare questo tipo di argomento. Lo svolgimento di questo tipo di progetti all’interno della scuola, non esonera i genitori dal loro compito e ruolo educativo in questo ambito, ma sicuramente conferisce alla scuola una parte importante nello sviluppo dell’affettività dei ragazzi. La scuola, del resto, è una agenzia educativa importantissima; non è l’unica, ma sicuramente è una di quelle dove i ragazzi trascorrono buona parte del loro tempo.

Se poi intendiamo l’affettività come una componente fondamentale della persona umana, non c’è nessuna agenzia educativa che si debba sentire esclusa dall’avere una responsabilità in questa direzione.

Questi progetti, naturalmente, devono essere, ben pensati e strutturati, in rapporto alle età dei ragazzi, alle loro esigenze e anche a quelle che noi sappiamo essere le effettive necessità rispetto alla tappa evolutiva che vivono.

Può essere utile, prima di attuare il progetto, coinvolgere i ragazzi, in antecedenza, e raccogliere in qualche modo i loro pensieri e le loro curiosità a riguardo, in modo da poter anche calibrare l’intervento rispetto al contesto e alle situazioni.

Vi sono, infatti, ragazzi delle scuole medie molto svegli e “informati” sull’argomento, o meglio che credono di sapere tutto quello che sia utile conoscere; e ragazzi ancora molto bambini. Spesso personaggi di questa duplice varietà si trovano nella stessa classe. Non è pertanto semplice, intraprendere un percorso che soddisfi i primi e li aiuti a fare chiarezza e non scandalizzi i secondi che dormono sonni tranquilli. Di queste differenze e di tante altre, occorre essere informati prima di intervenire.

Sicuramente, dal punto di vista pedagogico, il modo migliore per affrontare questo tipo di argomento non è quello della lezione teorica o descrittiva, ma metodologie che prevedono la partecipazione attiva dei ragazzi e l’interazione tra loro, attraverso i lavori di gruppo, il gioco che li aiuti a riflettere sulla relazione e sullo scambio, ausili visivi e audio-visivi che nutrano il loro impatto di interesse.

La soglia attentiva nel contesto scolastico, tra l’altro, spesso, è molto bassa; occorre pertanto cercare sempre modi nuovi per riscuotere interesse e attenzione da parte loro.

Penso che sia molto importante che la scuola si avvalga di professionisti in campo educativo in grado di poter attuare questo tipo di progetti senza alcun conflitto con altro ruolo educativo. Per i ragazzi è fondamentale, sapere che durante gli interventi nelle classi, essi sono protetti dalla privacy e che tutto quello che loro diranno, soprattutto, se personale, verrà custodito dal professionista come in un confessionale.

Condizione necessaria affinché i ragazzi si aprano e di conseguenza partecipino attivamente a questo tipo di attività è che si sentano sicuri di poter dire quello che pensano senza venire giudicati o criticati; che percepiscano il ruolo di chi gestisce questi progetti come un aiuto al loro servizio e non come un alleato o peggio ancora una sorta di spia della scuola sui loro pensieri e le loro opinioni sull’argomento.

Pertanto, per rispondere alla sua domanda...Certamente che questi progetti sono utili e che in qualche modo anche la scuola giustamente deve sentirsi interpellata a riguardo! Deve sentirsi interpellata, però, anche affinché questi progetti siano interventi, non solo utili, ma anche efficaci e produttivi, predisponendo le modalità operative, gli strumenti e soprattutto le persone giuste per attuarli!

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LE COSE STANNO COSÌ E BASTA

D: mio figlio è diventato molto stressante. Ha tre anni e continua a chiedere il perchè di tutto. Tra l’altro io sono separata e molte domande sono imbarazzanti. Ultimamente mi sono così scocciata della cosa che gli rispondo male, perchè perdo la pazienza. Come posso fare per farlo smettere?

R: gentile signora, suo figlio è nella fase di sviluppo e crescita dove non chiedere il perchè delle cose sarebbe il vero e autentico problema!
Le domande dei bambini possono a volte essere impertinenti e mi rendo conto che a volte, soprattutto in situazioni delicate, sembrare inopportune; tuttavia nascono dal loro bisogno di capire e di esplorare. Vogliono capire, vogliono sapere, perchè iniziano a pensare e non dare per scontato le cose. Lei deve pensare che lo sviluppo della persona è integrale e che pertanto il bambino non cresce solo fisicamente. Lo crescita prevede uno sviluppo anche del pensiero. La stessa cosa, in maniera molto evidente succede nell’adolescenza, quando i ragazzi rifiutano le regole finora imposte e vogliono indagarne la motivazione fino a modificarle.

Pertanto, la ricetta, se così si può parlare è la pazienza. Come genitori dobbiamo cercare di trovarci pronti a rispondere ai loro perchè, ma soprattutto disponibili a metterci in discussione quanto riescono con la loro ingenuità a farci sentire in imbarazzo. Ovviamente, le risposte devono essere alla loro portata, cioè non devono scandalizzarli, nel caso di argomenti delicati, ma neppure prenderli in giro, come fossero stupidi. I bambini non sanno le risposte ad alcune cose, ma non sono stupidi! Sanno capire quando li prendiamo in giro.

È vero anche che a volte, i bambini esagerano nel domandare e sanno anche di farlo, proprio perchè si rendono conto che noi ci innervosiamo!

In questa situazione, ravvedo due differenti aspetti. Da una parte, il comportamento del bambino che è del tutto normale e che, con la crescita, si affievolirà, dopo aver fatto il suo corso naturale.

Dall’altra, invece il suo nervosismo che forse, alla base ha motivazioni più profonde dei perchè di suo figlio e che forse i suoi perchè fanno venire a galla. Chiarire questo dentro di sé, potrà riportare la serenità e l’equilibrio nel rapporto con suo figlio, relativizzando e sdrammatizzando su un comportamento del tutto normale.

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INSEGNANTI

D: sono una insegnante di scuola elementare. Mi mancano 5 anni per andare in pensione, ma sono molto stanca. Nel corso del mio cammino di insegnante ho sempre cercato di “educare” i bambini che mi venivano affidati, perchè in qualche modo me ne sentivo responsabile. Ho sempre ricevuto molte gratificazioni sia da parte loro che da parte dei loro genitori, sotto forma di affetto, stima e riconoscimento. Negli ultimi anni le cose sono molto cambiate, sia perchè trovo i bambini moderni molto difficili, sia perchè non sempre con i genitori è possibile dialogare apertamente. Vorrei un aiuto per vivere meglio questo periodo di attesa alla pensione.

R: cara signora, dalla sua riflessione emergono spontaneamente due tipi di considerazioni:
la prima riguarda il suo atteggiamento di fronte all’insegnamento legato alla sua richiesta di aiuto nel vivere meglio questo periodo; la seconda riguarda invece una panoramica molto più generale, rispetto alla situazione dell’infanzia e del ruolo genitoriale, in questo periodo storico, sicuramente diverso da quelli antecedenti.

Partiamo dalla seconda. Dobbiamo stare attenti a non banalizzare e ridicolizzare quello che spesso ci sentiamo ripetere, cioè che i tempi moderni sono diversi, che i bambini ricevono stimoli differenti, che è molto complicato essere genitori oggi...

Ogni epoca storica ha le sue difficoltà educative e le sue sfide. Non credo che i bambini di oggi siano più problematici dei bambini di ieri. Credo, piuttosto, che se è verissimo, che, da una parte, essi ricevono molti più stimoli, e non sempre positivi, rispetto anni fa, dall’altra è pur vero che in campo educativo vi sono sempre maggiori e validi strumenti di aiuto sia verso i bambini che verso i genitori. Situazioni problematiche che un tempo non venivano riconosciute, ora possono venire decifrate e superate. I genitori sono supportati nel loro compito educativo da varie proposte libere di formazione a accompagnamento nel proprio ruolo.
Dobbiamo solo imparare a educare nel nostro contesto, non pretendendo o rimpiangendo di trovarci in un altro, diverso o passato. La chiave di un buon intervento pedagogico non è il rimpianto di epoche in cui tutto sembrava più armonico e ordinato e neppure la demonizzazione di tutto quanto si discosta dai parametri della nostra infanzia e a volte anche da quella dei nostri figli; la chiave sta in una presa di coscienza reale del contesto in cui ci muoviamo, dei suoi limiti, e della sue grandezze (vi sono tanti aspetti positivi!) e auto-educarsi a aiutare l’altro, che sia esso bambino o genitore, tenendo conto di tutte le variabili e le costanti del periodo. Un prendere atto della situazione per agire con cognizione di causa e criterio. In altre parole, prima di voler educare gli altri, ci occorre una nuova maturazione e evoluzione nel nostro ruolo educativo. Dovremmo essere aperti a questa evoluzione e al cambiamento che può comportare nei metodi e nello stile di trasmissione dei valori e dei contenuti.

Riguardo, invece, alla sua richiesta di aiuto, vi sono momenti di aiuto e di crescita anche per gli insegnanti il cui obiettivo è aiutare queste figure professionali a crescere nella consapevolezza del proprio ruolo e delle “incombenze” che esso comporta; che aiutano a migliorare la comunicazione con i bambini/ragazzi e a incentivare un dialogo più sereno tra scuola e famiglia. Capisco la sua stanchezza...Lavorare per aiutare gli altri a tirar fuori le proprie potenzialità e il meglio di sé, è un compito stancante!! E non sempre dona le soddisfazioni che ci aspettiamo nell’immediato, nè tanto meno ci regala gratificazioni abbondanti. Tuttavia, l’obiettivo dell’educazione non è gratificarci o procurarci una grande soddisfazione professionale, ma aiutare l’altro a far emergere chi è, cosa vuole e trovare le energie necessarie per portarlo a compimento. Questa è la gratificazione maggiore e più vera per un educatore, in qualunque settore e ruolo egli lavori e operi.

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SOS MAMMA

D: ho un bimbo di 6 anni che fa la I elementare. Dopo un iniziale periodo ok, manifesta un grosso disagio legato al difficile rapporto con un’insegnante di inglese che ha solo 2 ore alla settimana, ma che fa stare male Alessandro dalla domenica sera al mercoledì pomeriggio, dopo che è finita l’ora di inglese. Ale da oltre un mese, nell’arco di questi 4 giorni, lamenta forte mal di testa, ripetendolo decine di volte al giorno tutte le volte che gli viene in mente la scuola (già esclusi disturbi gravi e in realtà, dopo lunga osservazione, sembra proprio che il mal di testa sia solo espressione del disagio), piange prima di andare a scuola. La maestra in questione, con la quale ho parlato, è realmente dura e anaffettiva, quasi un pò sadica, avversata da tutte le colleghe. Non sappiamo io e mio marito se sia il caso di fare cambiare scuola a Alessandro.

R: gent.ma mamma, la risposta alla sua mail non sarà esaustiva, perchè per esserlo è necessario un approfondimento diagnostico. Quando i bambini passano dalla scuola materna alla scuola elementare, il transito è oggettivamente per loro un momento intenso e carico di ansia. Anche i bambini, come gli adulti, di fronte ai piccoli, ma per loro grandi cambiamenti della vita provano ansia. Dalla scuola materna dove l’ambiente è più giocoso e divertente, si passa ai banchi talvolta stretti e limitanti per i bambini abituati a un altro stile di quotidianità nelle loro giornate. Da quello che lei mi racconta, sembra che abbiate già identificato l’origine del disagio di Alessandro: l’insegnante di inglese. Questo, tuttavia, va verificato, perchè nonostante questa persona le possa apparire un pò arida e nonostante sia avversata dalle colleghe, non è detto che sia l’unico motivo del disagio. Mi vengono in mente, però alcuni chiarimenti necessari: il comportamento del bambino in classe in generale, nei confronti delle altre insegnanti, nei confronti della scuola e dei suoi impegni...Etc...Altra cosa importante è escludere qualunque causa di origine organica al mal di testa. Non colgo se l’osservazione a cui vi riferite è stata vostra di genitori o di specialisti, o entrambe.

È mia opinione che si debba andare piùa fondo del disagio del bambino. Il fare cambiare scuola, almeno per il momento, può essere una scelta troppo forte. Cambiamenti di questo genere dal mio punto di vista, devono essere fatti solo se indispensabili e se non può essere trovata nessun altra soluzione. Altrimenti si corre il rischio che diventi un “trauma” nel “trauma”. Prima, vi deve sempre essere il tentativo di conciliazione di una situazione che seppur carica di disagio, non è detto che non si risolva positivamente, insegnando anche al bambino, attraverso la situazione stessa, che nella vita, quando vi è una difficoltà, questa va affrontata e non serve a nulla scappare. Alessandro ha bisogno di affetto, ma ancora prima, ha bisogno che il suo disagio venga ascoltato più nel profondo. Supposto che l’origine sia veramente l’insegnante di inglese, occorre chiarire quando è iniziato il tutto e perchè. La maestra gli ha detto o fatto qualcosa? Ha preso qualche brutto voto? In inglese manifesta qualche difficoltà specifica? È semplicemente il suo modo di fare che lo urta? A volte, cara mamma, anche per gli insegnanti non è facile. Il loro comportamento funziona con un bambino e con un altro no. Anche la gestione dei bambini delle elementari è diventata più complessa negli ultimi anni. Tra genitori e insegnanti, a mio avviso, quello che manca, a volte, è il dialogo, ma un dialogo vero dove ci si ascolta reciprocamente.

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INTERNET E RAGAZZI

D: mio figlio ha 14 anni ed è sempre davanti al computer. Utilizza spesso internet e io non ne sono molto contento. Mia moglie sostiene che il computer è imprescindibile per i ragazzi di oggi, ma io ne ho molta paura, perchè mi sembra alienante e limitativo per la fantasia umana. Vorrei sapere se lei pensa che internet sia davvero necessario per i nostri ragazzi e se si in che modo.

R: caro papà, mi fa piacere che non sono solo le mamme a scrivermi! Finalmente anche i papà si fanno sentire. Che i ragazzi dell’età di suo figlio usino molto internet è ormai la norma, ed anzi oserei dire che si inizia ancora prima con questo difficile e conflittuale rapporto con il mondo informatico. Dico difficile, perchè l’equilibrio tra la dipendenza da esso e l’uso sapiente che se ne può fare non è sempre immediato, né per i ragazzi che ovviamente non ne hanno da soli la giusta misura, né per i genitori che hanno talvolta difficoltà nel far comprendere cosa si intende per uso saggio di internet. Questo equilibrio è frutto di contrattazione tra la voglia sempre crescente dei ragazzi di utilizzare questo strumento, di per se stesso valido, e la paura dei genitori che questo mezzo fagociti le persone fino all’eccesso e le introduca anche in mondi non opportuni.
Vivere senza internet oggi è limitante; ormai anche le offerte di lavoro vengono pubblicate in internet, le aziende ricevono i cv attraverso la posta elettronica, internet è diventato anche, su siti sicuri, una via veloce di acquisto. Persino le banche se ne avvalgono per i servizi di on-banking, per risparmiare sulle spese dell’operatore di sportello per alcune operazioni. È il modo più veloce ed efficace per comunicare anche oltre oceano e per cercare qualunque tipo di informazione. Si può usare per fare le proprie ricerche, per leggere il giornale, per rispondere a molti bisogni e curiosità. Chiedere alle nuove generazioni che sono nate in questo clima, di farne a meno sarebbe, oltre che fuori luogo, un pò come pretendere che vivano fuori dal mondo, quando æ proprio in questo mondo che sono chiamati a crescere e operare.
D’altro canto, capisco anche la sua incertezza, perchè purtroppo internet è anche un mondo “oscuro” per la quantità di informazioni spiacevoli e pericolose di cui può essere portatore e che talvolta anche involontariamente si aprono sul tuo desktop.

È mia opinione che si debba maturare insieme ai propri figli nella ricerca di una giusta misura. I ragazzi possono aiutare gli adulti a entrare in un mondo a cui loro forse non sono abituati, e verso il quale possono nutrire, a volte, anche parecchi pregiudizi. Gli adulti possono, al contrario comunicare ai loro figli che occorre anche saperne fare a meno, che alcune cose, possono essere fatte anche senza l’ausilio di internet e che tutto sommato anche provare questa esperienza qualche volta, oltre a tener lontani dalla dipendenza, fa sì che riusciamo sempre a cavarcela, imparando a tirar fuori da noi le qualità che ci servono in quella situazione. Se per fare una ricerca qualche volta uso internet, e qualche volta vado in biblioteca, posso sperimentare anche situazioni ed emozioni diverse. Con internet, la velocità, ma anche la solitudine della mia casa. La biblioteca può essere anche un luogo di incontro e relazione, di ingegno nel cercare quello che mi serve.

Penso che questa sia la via migliore, quella del dialogo, il dialogo tra generazioni che hanno sperimentato “epoche diverse” e che possono essere portatori di crescita e miglioramento reciprocamente.
Caro papà, non si scoraggi. È una buona battaglia che ha il doppio frutto di impedire a noi adulti di vivere con i paraocchi o condizionati dai pregiudizi, e di far maturare ai ragazzi un sano senso critico di fronte alle cose. È una buona “battaglia educativa” che da anche molte soddisfazioni!

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MIO FIGLIO SI MANGIA LE UNGHIE

D: sono il papà di un bambino di 6 anni. Si mangia in continuazione le unghie. Francesco va bene a scuola, perciò non penso sia legato a questo. Noi genitori non riusciamo a farlo smettere e le insegnanti ci hanno consigliato di dire al bambino che se non la smette gli dipingeremo le dita di rosso, in modo che tutti lo prenderanno in giro, per farlo spaventare. Noi non siamo molto convinti che questa sia la soluzione. Vorremmo sapere che ne pensa.

R: caro papà, il mangiarsi le unghie, generalmente è sintomo di una tensione, di un’ansia o di una incapacità ad accettare o vivere situazioni specifiche che si stanno verificando nella vita del bambino; talvolta anche incapacità a gestire la frustrazione. Sono proprio spesso bambini e adolescenti a vivere questo disagio, per i motivi più svariati: dalla nascita di un fratellino, alle richieste eccessive dell’ambiente circostante, la situazione di un lutto o di una separazione, etc...

Il fatto che Francesco vada bene a scuola non necessariamente esclude la scuola dai possibili motivi, in quanto, il bambino potrebbe essere costantemente, pur avendo un buon rendimento, in una sorta di ansia da prestazione come per dimostrare a compagni, insegnanti e genitori di essere bravo o perchè la percezione delle richieste che gli altri hanno nei suoi confronti è eccessiva. Il mangiarsi le unghie rappresenta la valvola di sfogo di questa tensione che il bambino non trova altro modo di “superare”. Senza comprendere quale è veramente la causa che spinge Francesco a mangiarsi le unghie, né lui riuscirà a superare da solo il problema, né tantomeno, insegnanti e genitori arriveranno a una soluzione.

Il rimprovero e le “minacce”, in questa situazione non solo sono inadeguate, ma sono anche inefficaci e per nulla vantaggiosi, creano ulteriore ansia e tensione, giacchè non è che Francesco si mangi le unghie per fare un dispetto a qualcuno, ma perchè con questo comportamento ha trovato un modo per scaricarsi. Penso che occorra andare a fondo del sintomo; come genitori, cercando di osservare il bambino, senza pregiudizi, per capire, ad esempio, quando si mangia le unghie, (a scuola, a casa, dappertutto...etc.), in quali situazioni ( prima di un compito, di una interrogazione, quando è con altri bambini, quando viene rimproverato...), provare anche a parlare con Francesco, ascoltando il suo disagio, prima ancora di dirgli cosa deve fare. Se come genitori vi rendete conto di non riuscire a cogliere fino in fondo il significato del suo disagio, è opportuno che si faccia un approfondimento diagnostico, perchè per quanto possa sembrare banale, il mangiarsi le unghie può diventare, oltre che fastidioso per la persona che lo vive, con il trascorrere del tempo, più difficile da togliere, proprio perchè diventa un vizio.

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MA I PAPÀ NON VALGONO NULLA?

D: sono un papà separato. Il rapporto tra me e la mia ex moglie è così incrinato che non mi permette di vedere i bambini secondo i patti del tribunale, della sentenza di separazione. Non capisco perchè i bambini vengano sempre affidati alla mamma e mai al papà anche se i papà potrebbero essere più buoni educatori delle mamme.

R: caro papà, lei solleva un tema scottante, delicato e anche molto attuale. Il posto e il ruolo dei papà nelle vite dei figli in caso di separazione. Ovviamente, in questo caso, parliamo sempre di minori, perchè quando si tratta di figli maggiorenni, la situazione può essere meno complessa, per la libertà decisionale dei ragazzi.
La mia risposta non andrà a toccare gli aspetti giuridici, perchè non sono di mia competenza. Quello che cercherò di mettere in evidenza è l’aspetto pedagogico-educativo che inevitabilmente si incontra in queste situazioni, dove quasi sempre, i bambini fanno le spese dei problemi irrisolti dei genitori e delle loro difficoltà a controllare e orientare stati d’animo, emozioni e sentimenti di rivalsa o di rabbia nei confronti dell’altro. Pochi genitori si ricordano, in queste difficili circostanze, cariche di tensione per i cambiamenti che comportano, uniti alla sofferenza che una separazione, per quanto voluta, porta con sé, che i figli non sono un possesso da contendersi, che le loro vite e il loro benessere non possono essere oggetto di contrattazione, soggetta a malumore, invidie o ripicche. Quello che dovrebbe essere centrale e che spesso lo è a parole, ma non nei fatti è il BENE DEI FIGLI.
Quando si tocca questo argomento, la via migliore sarebbe sempre quella dell’affidamento congiunto perchè lascia a entrambi i genitori le stesse responsabilità, diritti e doveri, ripartendoli. Purtroppo, poichè in fase di separazione, spesso capita che il bene dei figli passi in secondo piano, diviene più importante che attraverso il rifiuto a vedere i bambini, mio marito soffra e la paghi per il male che mi ha fatto. Non tocca a me dirle che la via legale non può non essere percorsa, visto che nel suo caso esiste una sentenza precisa che le da pieno diritto nei confronti dei figli.
È però fondamentale che i bambini non siano teatro di guerra e che non diventino una sorta di campo di battaglia dove scagliarsi le frecce. Utile potrebbe essere in questo caso, che i genitori vengano invitati a una consulenza di mediazione che li aiuti a non perdere di vista l’obiettivo principale, il bene dei figli, che li faccia riflettere sul fatto che le loro rabbie, i loro fastidi personali, le loro vendette sono assolutamente secondarie e controproducenti, rispetto a quanto come genitori sono tenuti a fare e al comportamento corretto che devono avere nei confronti dell’altro, per rispetto dei figli e per AMORE, un amore puro e limpido che mette in secondo piano le proprie emozioni e il proprio malessere, perchè coscienti che in questo modo è giusto. Se poi, in questo percorso di mediazione, ci si rende conto che uno o entrambi i genitori hanno difficoltà perchè non riescono a controllare i propri stati d’animo, che si prendano provvedimenti in questo senso, assumendosi la responsabilità di un percorso individuale di crescita che aiuti la persona a diventare padrona di sé e che la porti a maturare un atteggiamento più consono alla situazione. Come genitori si deve sempre avere chiaro che la vita dei figli non è un gioco con le bambole e che comportamenti e situazioni che si vengono a creare, se non corrette per tempo, non saranno facilmente risolvibili in futuro, finendo con il creare problemi più gravi e disagi più profondi nei figli una volta cresciuti e lasciando ferite non sempre facilmente rimarginabili.

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PARLARE CON I PROPRI FIGLI DI TUTTO?

D: gent.ma Dott. sono la mamma di una ragazza di 18 anni e mi rendo conto che mia figlia ha bisogno di parlare con qualcuno per chiarirsi alcune idee su affettività e sessualità. Volevo chiedere dei suggerimenti su dove posso portarla e con chi la posso far parlare.

R: cara signora, la sua domanda è piuttosto curiosa. Generalmente, i genitori, per il loro innato desiderio di protezione e cura, tendono a ‘immischiarsi’ nella vita e nelle situazioni che i propri figli vivono, fino talvolta all’esasperazione. Quando si affronta l’argomento affettività, sessualità, ossia i temi “più impegnativi”...Chissà come mai diventano improvvisamente discreti e attenti a non invadere il campo!
Non è il primo genitore che sento, che cerca di delegare ad altri un compito che in realtà prima di tutto, prima di qualsiasi esperto, specialista, educatore e quant’altro, spetta proprio a lui! Chissà, forse accade perchè l’argomento crea imbarazzo, forse perchè come genitori ci siamo disabituati a parlare di certe cose, o forse perchè talvolta si crede che sia meglio non parlarne...O forse ancora, ipotesi che mi pare sempre più probabile, ci fa paura. Ci fa paura perchè affrontare argomenti così profondi e personali implica o ‘costringe’ il genitore a una messa in discussione di se stesso.
Cara signora, la prima considerazione che posso fare è: prima parli lei con sua figlia! Attraverso un dialogo aperto e sereno, che non dimentichi autorevolezza e consapevolezza educativa si avvicini a sua figlia con rispetto, discrezione, ma anche con interesse. Chiamiamo in causa lo specialista solo quando è necessario; e comunque in secondo luogo rispetto alla famiglia. Altrimenti, il rischio è che deleghiamo ai corsi di educazione affettiva a scuola, allo specialista di relazioni, etc., compiti che prima di tutto devono essere svolti all’interno delle mura domestiche. L’educazione affettiva in famiglia dovrebbe essere qualcosa di naturale e normale, qualcosa che i ragazzi respirano nel proprio ambiente attraverso i genitori, il loro rapporto, il loro modo di comunicare...
Una signora che conosco, una sera litigò pesantemente con suo marito. Capita! 7 anni di matrimonio, 3 figli non grandi, ma neppure piccoli, sentono e ascoltano. Talvolta inevitabile! Ebbene, lei fu capace di far partecipare i suoi figli oltre che alla litigata anche alla PACE! Si fece aiutare dai propri figli a preparare per il proprio marito un tentativo di pace: tappezzarono la casa di disegni e bigliettini che esprimevano amore e pace attraverso cui la mamma chiedeva scusa a papà perchè si era accorta che aveva sbagliato. Questa non è forse educazione affettiva e relazionale?! Non è forse molto più efficace del corso che posso tenere io in una scuola di fronte a una classe?!?!

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EMERGENZA BULLO

D: sono una insegnante di 3ª media e mi trovo in grande difficoltà perchè all’interno della mia classe ci sono alcuni ragazzi che dal mio punto di vista sono bulli. Come corpo insegnante di questa classe siamo in disaccordo sulla modalità con cui intervenire nei loro confronti; qualcuno, la maggior parte ritiene che questi ragazzi debbano essere pesantemente puniti. Altri, pochi, tra cui la sottoscritta, che questi ragazzi debbano essere affrontati in maniera diversa. Cosa ne pensa e cosa si potrebbe fare magari dall’anno prossimo?

R: il tema del bullismo è diventato ormai il “tormentone” del momento. Come sempre, quando si parla tanto di qualcosa, il rischio è quello di esaperare le situazioni e considerare bullismo qualunque situazione di violenza o maleducazione, sempre esistite, ma che sembrano non essersi mai fatte notare finora.
La prima cosa da fare è quindi, prima di pensare come agire, capire se effettivamente siamo di fronte a una situazione o a degli episodi di bullismo. Questo è fondamentale, perchè se davvero ci sono dei bulli nella sua classe, significa che ci sono, nella sua classe o fuori, anche delle vittime e che di conseguenza anche il disagio di queste ultime merita più che mai di venire scoperto, ascoltato e aiutato. Personalmente, credo molto nel lavoro che a scuola si può fare a livello di prevenzione del bullismo, lavorando, a partire dalle classi prime in una modalità di accoglienza per esempio sulla relazione con il gruppo classe e tra il gruppo classe; interventi che favoriscano un clima positivo di relazione, che stimolino i ragazzi a relazioni rispettose e serene nei confronti degli altri, pari e non. Se veramente lavorassimo in questo modo, non ci si ritroverebbe poi a dover gestire situazioni difficili.
Sono del parere che la punizione o la sanzione da sole non ottengono affatto grandi risultati, anche se con questo non voglio assolutamente dire che gravi comportamenti non debbano essere sanzionati. Voglio solo esprimere una certa perplessità di fronte al nostro comportamento di adulti, quando crediamo che punendo pesantamente possiamo risolvere le situazioni definitivamente.

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ASILO NIDO O NONNI?

D: siamo una coppia di sposi con un bimbo molto piccolo, nato da pochi mesi. Mio marito ed io, poichè lavoriamo, abbiamo preso la decisione di portare al nido il bambino. I nonni hanno vissuto molto male questa nostra decisione e ciò ci sta facendo titubare. Siamo in crisi perchè ci sembra di fare un torto a loro e ci dispiace vederli soffrire.

R: cari ragazzi, pur comprendendo a pieno la difficoltà della situazione nella quale vi trovate, è fondamentale che vi ricordiate una cosa: come genitori avete il dovere di prendere la decisione che ritenete migliore per vostro figlio. Vale a dire dovete riflettere insieme, come coppia genitoriale, quale sia la soluzione migliore per il bambino, per la sua crescita e per il suo benessere, anche in rapporto al suo carattere e alla sua personalità. Ad animarvi cioè, non deve essere né la paura di far soffrire qualcun altro con le vostre decisioni, né la necessità di dover lavorare, anche se ovviamente poi, con queste situazioni concrete vi dovrete confrontare. Una volta presa la decisione che riterrete la migliore, potrete con serenità affrontare il resto. Spiegare ai nonni che la vostra scelta, ad esempio, non è un affronto alla loro capacità educativa e magari trovare altre modalità per coinvolgerli nella crescita del nipote senza per questo permettergli di sostituirsi a voi come genitori.
Il nido, purchè sia una struttura valida e ben organizzata, con un progetto educativo chiaro e con educatrici preparate può sicuramente essere una esperienza positiva e di sviluppo reale per i bambini. Esso non è un modo per escludere i nonni, ma semplicemente un offrire stimoli differenti.
Resta inteso, naturalmente, che per i nipoti che hanno la possibilità di viverlo è molto importante anche l’esperienza dei nonni. Una esperienza che un bambino può tranquillamente fare anche se frequenta il nido. Nella vita dei bambini, c’è spazio per tutti coloro che li amano e in qualche modo collaborano per la loro crescita.

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È BUONA COSA LO SPORT?

D: gentile dottoressa, ho un bambino di 8 anni e vorrei che facesse sport. Sono però nel dubbio perchè con tutti gli impegni che ha già durante l’anno in questo modo, gliene andrei ad aggiungere un altro. Vorrei che mi desse qualche consiglio.

R: cara signora, più che consigli, che lasciano il tempo che trovano, penso sia opportuno fare ordine.
Innanzitutto sarebbe opportuno cambiare il soggetto della frase: non IO vorrei, IO sono nel dubbio, IO gliene andrei ad aggiungere...Ma MIO FIGLIO vuole fare sport? MIO FIGLIO ha delle motivazioni a riguardo, MIO FIGLIO è disposto ad aggiungere un altro impegno ai suoi impegni quotidiani? Noi genitori, ogni tanto, pensando che i nostri figli sono piccoli e che fino a una certa età dipendono completamente o quasi da noi, ci dimentichiamo che possiedono una testa pensante e che sono degli interlocutori anche molto intelligenti! Diamo per scontato che siamo noi a dover decidere sempre e tutto quanto riguarda il loro bene, perchè siamo adulti e sappiamo cosa è meglio per loro.
E se da una parte, ciò può essere vero, dall’altra non dobbiamo mai commettere l’errore di trattare i nostri figli come burattini dei nostri progetti. Come genitori, non ci rendiamo neanche conto di farlo, tanto siamo animati dal nostro desiderio di fare qualcosa di buono per loro. Purtroppo però, così facendo li priviamo del bene più grande: la possibilità di crescere iniziando, con il nostro aiuto, e non abbandonati a loro stessi, a prendere le loro prime decisioni, in un certo senso autonome. Se non dialoghiamo con loro su queste “piccole”, ma grandi cose della vita quotidiana, come pretendiamo che saremo capaci di farlo su temi più importanti e profondi della vita? Chissà forse da grandi, inconsapevolmente e sempre credendo di fare loro del bene, li condizioneremo sul lavoro che devono scegliere o sulla fidanzata che secondo noi va bene per loro! Dio ci scampi da questo! Iniziamo, allora dalle piccole cose...Manifestare ai nostri figli le nostre considerazioni, far capire loro che siccome ci preoccupiamo del loro bene, della loro salute, riteniamo potrebbe essere utile fare anche una attività sportiva. Sentire e ascoltare cosa ne pensano, capire le loro motivazioni (motore fondamentale per la costanza in una attività e per l’accettazione dei sacrifici che l’impegno comporta), e su questo costruire il resto.

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SONO STATO BOCCIATO E MI SENTO UNA SCHIFEZZA

D: sono F., ho 14 anni e sono stato bocciato. Credevo la cosa mi sarebbe “passata” con l’estate. Ma mi rendo conto che il peggio deve ancora venire. Adesso che la scuola è ricominciata mi trovo ad affrontare i compagni e i professori che mi trattano come un ritardato. Eppure, io non credo di essere stupido. Sono molto triste, ma non c’è nessuno con cui posso sfogarmi. Anche i miei vecchi amici, da quando è iniziata la scuola, sono diversi.

R: caro F., mi dispiace che tu stia soffrendo così tanto per qualcosa che forse da parte di chi te la ha “indotta” sarebbe dovuta servire per aiutarti e farti maturare.
Penso che la cosa più importante in tutta questa situazione sia che tu non perda la fiducia in te stesso e nelle tue capacità, nelle tue possibilità di riuscita. Che tu sia stato bocciato non significa certo che tu sia “ritardato” come tu dici, né tantomeno che il tuo valore come persona sia diminuito o cambiato. In secondo luogo, puoi approfittare dell’esperienza che stai vivendo per crescere, per imparare a mettercela tutta in ogni situazione, per dare il meglio di te. Non mi dici niente sul perchè della tua bocciatura, pertanto su questo non posso esprimere opinioni. Posso solo dire che in alcuni casi la bocciatura può essere utile per “far riflettere” e far maturare, per far capire qualcosa; in altri è solo un danno e una sofferenza. Credo che dentro di te tu conosca la risposta.
Ma indipendentemente da questo, la bocciatura non è la fine di tutto! Può essere un momento in cui riprendi consapevolezza di te, di quello che sei e di quello che puoi fare. Non permettere che la bocciatura ti rovini la speranza nel futuro.
Riguardo ai tuoi compagni, pensa bene se loro sono cambiati veramente oppure se può essere una lettura un pò influenzata dai tuoi sentimenti del momento. In parte, il loro cambiamento è inevitabile, non siete più nella stessa classe, trascorrete meno tempo insieme e avete di conseguenza meno occasione di crescere insieme e di vivere le stesse esperienze. Si possono però trovare altre occasione per voi e soprattutto saper godere a pieno di quelle che vivere insieme, anche se sono poche.

Non so quale sia il rapporto che tu abbia con i tuoi genitori, ma fossi in te, valuterei la possibilità di condividere con loro la tua sofferenza, affinchè possano aiutarti a superare questa difficoltà. Fa parte del loro ruolo di genitori. Se non sai da dove cominciare, puoi sempre partire mostrandogli questo articolo.

Se invece ritieni opportuno parlarne con altri, la scelta è tua. L’importante è che tu non faccia di una esperienza isolata come la bocciatura, l’intera chiave di lettura di tutto quello che ti succede e che per quanto faticoso sia, tu non permetta ad altri di offuscare il tuo valore e la tua ricchezza.
Se le persone, veramente, ti trattano come “un ritardato”, sono loro a comportarsi da sciocchi e superficiali, non tu!!!

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SONO STUFA DI NON ESSERE ASCOLTATA

D: sono una mamma di 32 anni. E questo è il mio problema: non so fare la mamma. Ho tre figli maschi (4-6-7 anni) che non mi ascoltano. Per essere ascoltata devo sempre minacciarli di riferire al padre le loro marachelle e i loro capricci. Sono disperata.

R: cara signora, la disperazione arriva solo quando non c’è più speranza. Lei è ancora molto giovane e i suoi figli ancora piccoli. C’è ancora tempo per imparare “a fare la mamma”, giacchè genitori, cara signora, non si nasce, ma si diventa, e questa è una verità valida per tutti. C’è ancora tempo per comprendere quali sono i motivi e le cause sia della sua difficoltà a farsi ascoltare, sia del suo disagio, del suo sentirsi inadeguata come mamma. C’è ancora tempo per capire e di conseguenza per migliorare. Viviamo in un periodo in cui, spesso, pare che i figli non ascoltino più i genitori, un periodo in cui si ravvede tanta maleducazione fin dalle elementari. Approfondendo però l’analisi della questione, più che chiamarla maleducazione, la chiamerei diseducazione, cioè assenza di educazione, vale a dire che molto spesso, da parte delle figure che dovrebbero trasmettere regole e riferimenti, vi è una sorta di tacita abdicazione ai loro doveri. La più grossa carenza nei genitori “moderni”, molto più “avanti” delle generazioni passate in tante cose..., è l’autorevolezza nei confronti dei propri figli. Dietro alla mancanza di autorevolezza, tuttavia, non è opportuno assumere un atteggiamento giudicante. Occorre essere in grado di leggervi dietro, la svalutazione di un ruolo che porta di conseguenza a una minore consapevolezza dei propri doveri, ma anche delle proprie potenzialità. Trovo che la chiave di tutto ciò sia riscoprire come genitori chi si è e chi si vuole essere, ritrovare il senso del proprio ruolo e sapersi mettere in gioco, pur con tutte le proprie paure o difficoltà. Essere buoni genitori non significa essere genitori perfetti. Ci sono in città, diverse opportunità di formazione e crescita anche per i genitori. È un modo per crescere insieme ad altre persone che vivono la stessa esperienza (la genitorialità), migliorarsi, potenziare la stima del proprio ruolo e soprattutto trovare le giuste chiavi educative per fare la propria parte in modo adeguato.

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LA VERITÀ O LA BUGIA?

D: ho una figlia di 7 anni, molto sensibile e tenera. Da poco abbiamo scoperto che mio marito ha una malattia molto grave e non sappiamo se, come e cosa dire alla bambina. Vorremmo non dirle niente per non appesantire la sua vita, giacchè le ripeto è una bambina molto sensibile.
Ma ci domandiamo se possa essere giusto quello che noi pensiamo di fare.

R: la sua domanda è molto drammatica e non so se sia giusto esprimere da parte mia un “giudizio” sulla correttezza del vostro comportamento. Siete voi a vivere direttamente la circostanza, a conoscere profondamente la bambina, a sapere ogni dettaglio della situazione fisica del padre.
Dal canto mio, leggo quattro righe di una domanda, in cui leggo sofferenza, dolore ed anche tanta volontà di fare del bene.

Sottopongo allora alla sua attenzione due riflessioni che spero possano aiutarla a capire se il vostro comportamento funziona o se invece deve essere corretto.

Una prima riflessione o domanda che mi pongo è se la bambina ha colto che il papà sta male oppure no. Ci sono bambini molto sensibili che, anche se non lo danno a vedere, hanno già capito tutto; ed anzi talvolta, preferiscono tenersi tutto dentro per non dare a noi adulti un ulteriore “peso” o una ulteriore preoccupazione. Ci sono bambini che invece vivono un pò più “sugli allori”, notano meno quello che non va, vivono di più nel loro mondo dell’infanzia. Qui occorre capire, vostra figlia, in quale mondo si trovi attualmente. Nel primo caso, far finta di nulla, è solo rimandare qualcosa che prima o poi dovrà essere affrontato. E in un certo senso, è anche essere sordi alla sofferenza di una persona che tace solo perchè capisce (anche se a suo modo), che c’è una situazione difficile e che “non osa” importunare “i grandi”. In questo caso, sapendo sempre e comunque, predisporre un linguaggio e una modalità comunicativa adeguata all’età del bambino, parlare della situazione può aiutare sia il minore che l’adulto a maturare, a crescere, ma soprattutto ad affrontare la situazione INSIEME, come una famiglia. Nel secondo caso, invece, parlare di qualcosa di cui non c’è la minima consapevolezza o percezione sarebbe un fulmine a ciel sereno e occorre sempre stare attenti, perchéè quando cadono i fulmini, qualcosa si brucia. Tuttavia, seppur non sia vantaggioso in questo caso, prendere il bambino e raccontargli tutto, occorre che come genitori siate in grado di prepararlo, nel caso in futuro, vi siano situazioni dure o molto dolorose da accettare. Cioè, nella testa dei genitori, vi deve essere consapevolezza che prima o poi, forse più per cause esterne che interne del bambino, quel fulmine cadrà e occorrerà saper contenere i danni.
Al di là della decisione che prenderete, un genitore non deve mai fingere, o avere paura di vivere e mostrare i propri sentimenti. Anche queste esperienze sono occasioni per essere modelli per i nostri figli, anche se ne faremmo volentieri a meno.

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PAURE

D: gentile dottoressa, sono la mamma di una bambina di 12 anni. Mia figlia ha una enorme paura del dentista, prova tremori e sudorazione quando deve andarci ed io non so come aiutarla a superare questa paura che sembra condizionarla molto. Sono preoccupata e in ansia, vorrei sapere che ne pensa.

R: devo confessarle, cara mamma, che mi stupirebbe sentire che qualcuno non abbia paura del dentista! Questi poveri medici, peraltro spesso molto accoglienti e attenti alla persona, si portano dietro per chissà quale strano motivo la parola paura. Bambini e adulti hanno paura del dentista!

Prima di rispondere alla sua domanda, credo sia importante fare una piccola riflessione sulla paura.
Da sempre e per sempre, nella nostra vita, saremo accompagnati da questa emozione più o meno intensa e forte, a seconda delle circostanze e delle vicissitudini che la vita ci può presentare. Chi di noi può dire di non avere mai avuto paura, di non ritrovarsi spaventato di fronte a difficoltà, scelte, situazioni, circostanze legate alla vita di tutti i giorni.

Questa premessa per sottolineare che la paura in sé stessa non ha una valenza né positiva né negativa, in quanto corrisponde a una sorta di campanello di allarme che attiva in qualche modo il nostro istinto di sopravvivenza e di protezione di noi stessi. Quello che invece è negativo o positivo è il nostro comportamento di fronte alla paura: cioè se dalla paura, attiviamo una risposta combattiva e reagiamo ad essa di maniera costruttiva, oppure se permettiamo ad essa di impadronirsi di noi, di orientarci in qualche modo nelle nostre scelte fino a sfociare nell’ansia e in una preoccupazione fuori dalle righe comuni.

Nel primo caso, la paura attiva una risposta, nel secondo caso paralizza e immobilizza l’azione.

I tremori e la sudorazione sono tra i messaggi che il corpo invia quando le nostre paure si stanno in qualche modo “impadronendo” di noi.

Nella situazione specifica di cui lei parla, pertanto, non mi focalizzerei soltanto nell’aiutare la bambina a superare la paura del dentista, quanto ad approfittare dell’occasione di questa paura per trasmettere una lezione di vita su questo aspetto, in modo che sua figlia non solo possa recarsi dal dentista con un pò più di serenità, ma impari a capire che le proprie paure possono essere gestite, orientate al meglio e in un certo senso educate. In questa ottica, non è opportuno che lei come genitore si faccia prendere dalla paura che la bambina stia male, dal timore e dalla preoccupazione, mentre è più efficace e adeguato un comportamento che rassicuri e sdrammatizzi (NON CANZONANDO O RIDICOLIZZANDO!), che trasmetta fiducia nelle proprie capacità di superamento delle difficoltà, facendo leva sul fatto che le paure devono essere affrontate per poter essere superate e elaborate.

Modalità interessanti per offrire alla bambina stimoli in questa direzione possono essere una fiaba, un fumetto, o un film che contenga una morale legata alle paure, da leggere o vedere insieme a lei per innescare una discussione sull’argomento e rifletterci insieme. Mi viene in mente una scena di Harry Potter e la Pietra Filosofale, in cui Harry, Ermione e Ron imparano una bella lezione sulla paura, mentre si ritrovano tra le grinfie di una pianta pericolosa. Apprendono che l’agitazione fa sì che la pianta li avvolga e li trascini, risucchiandoli, mentre la calma, la fiducia e la capacità di gestire le proprie emozioni fanno ritrarre spontaneamente la pianta maligna impedendogli di avere effetti su di loro. Nel caso decida di optare per qualcuno di questi strumenti è sempre opportuno che il genitore scelga da solo la fiaba, il film o il fumetto, lo “studi” prima di mostrarlo, leggerlo o vederlo insieme al figlio, in modo che se dovessero sorgere domande o dubbi, il genitore deve essere in grado di rispondere.

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LUTTO

D: sono la nonna di una bimba di 4 anni a cui è morta la mamma da qualche mese. La bambina è molto piccola perciò non so se si rende conto di quello che è accaduto.
Vorrei chiederle se ritiene opportuno farla seguire da qualcuno oppure se il tempo da solo basta per sanare le ferite.

R: cara nonna, che la bambina abbia 4 anni e che abbia i suoi criteri e i suoi occhi di lettura di quanto accade, non significa che non si renda conto dell’accaduto. Occorre tener presente per comprendere gli effetti di un lutto su una bimba così piccola, che nei primi anni di vita, le figure genitoriali sono fondamentali. Non perchè più avanti, nell’adolescenza o nell’adultità, il genitore perda importanza, ma sappiamo che andiamo da una condizione di dipendenza da mamma e papà a una condizione di indipendenza e autonomia, diventando grandi. A 4 anni, per quanto la bambina possa essere sveglia e autonoma rispetto alla propria età, sicuramente rientriamo nella fase in cui mamma è fondamentale, perchè da lei e da papà dipendo per quasi tutto nella mia vita.

La mancanza di un genitore, soprattutto della mamma rappresenta la caduta senza ritorno di un punto di riferimento, DEL punto di riferimento per la nostra vita, la nostra crescita.

La differenza tra una bambina così piccola e una più grande sta nella possibilità di esprimere il dolore per il lutto in modo molto diverso. Mentre nel secondo caso, c’è la possibilità di “ragionarlo” e di farlo emergere più chiaramente (indipendentemente dal fatto che poi venga espresso o meno in quanto la tendenza a tenersi tutto dentro è frequente), nel primo caso, proprio per l’età e di conseguenza perchè la persona non possiede, per una questione di fase di crescita, gli strumenti per interpretare l’accaduto, per capirlo, etc...L’unica cosa che viene letta con chiarezza e per cui si soffre è la mia mamma non c’è più.

In questa ottica, per rispondere alla sua domanda, cercherei di osservare la bambina nel suo comportamento globale, in mezzo agli altri, nel gioco, all’asilo, a casa e di cercare comunque una opportunità di aiuto per lei, non tanto perchè ha dei problemi, ma quanto per aiutarla a superare quanto sta vivendo con modalità di aiuto molto valide e adeguate per una bambina di quella età, quali possono essere fiabe, ludopedagogia...Strumenti propri di figure professionali che lavorano non per intervenire sul disagio, ma per risvegliare le potenzialità di sviluppo e crescita della bambina, per attivare risorse che la stimolino ad andare avanti con armonia nonostante l’accaduto.

Termino, sottolineando un aspetto di cui lei non fa cenno nella sua domanda, ma che resta assolutamente fondamentale non perdere di vista: il papà e il suo ruolo. Quanto spetta a lui, in termini di vicinanza e aiuto, amore e sostegno, riferimento e sicurezza, non può essere né sostituito né condiviso con i nonni, con gli educatori, o con i professionisti. Proprio perchè è venuto a mancare il riferimento materno, quello paterno deve essere molto forte e presente, anche perchè è la figura più vicina alla bambina, che prova un dolore, che pur nella diversità, è molto simile al suo.

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GIUDIZIO

D: cara dottoressa, si può essere dichiarati falliti irrecuperabili dal proprio prof. a 13 anni?
Ho delle difficoltà grosse a scuola e rischio la bocciatura. Mi chiamo A.

R: non ero a conoscenza del fatto che un insegnante facesse anche da giudice, arrogandosi il diritto di sentenziare sulle capacità future di una persona in piena adolescenza e di conseguenza in fase di sviluppo.

Certo che no, cara A., nessuno può permettersi di uccidere con le parole la tua vita e le tue speranze, le tue aspettative sul futuro.

Se può in qualche modo consolarti, le persone a volte fanno affermazioni molto forti come questa, senza rendersi veramente conto di quello che dicono e delle conseguenze che vi possono essere in chi le riceve. Vengono cioè espresse opinioni con superficialità e negligenza.

Questo non capita solo agli insegnanti, capita in generale, a tutti, perchè siamo mal abituati a giudicare sempre, non il comportamento o l’azione delle persone che ci circondano ma la persona direttamente.

Tieni poi presente che per quanto forte quello che ti è stato detto rappresenta solo ed unicamente l’opinione di una persona e una opinione non è necessariamente la verità, ma solo un punto di vista.

Ricorda sempre che tu non sei quello che fai, cioè tu non sei fallita perchè hai difficoltà a scuola.
Tutti nella vita abbiamo difficoltà spesso grosse, ma noi non siamo le nostre difficoltà. Noi siamo persone che attraverso queste difficoltà possono diventare più adulte, più forti, più mature.
So che a volte le difficoltà possono sembrare insuperabili, ma c’è sempre un infinito spazio per la fiducia nelle proprie capacità, nel futuro, e nel lavoro che si può fare.

Troverai sempre andando avanti nella vita persone che si permetteranno di giudicarti anche pesantemente e senza sapere cosa veramente vivi o ti passa nel cuore. Dovrai imparare a prendere le distanze da questo giudizio, trarne spunto ove lo ritieni giusto per migliorarti e migliorare le tue prestazioni, ma senza permettere al giudizio di offuscare negativamente l’immagine che hai di te stessa e soprattutto senza permettergli di ledere la tua interiorità.

Forza e coraggio, ricordando un pensiero di uno scrittore famoso: “chi crede in sé stesso si espone al giudizio della gente, chi crede agli altri ha solo l’approvazione di qualcuno”.

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ABBANDONO

D: gentile dottoressa, la mia situazione è piuttosto tragica. Da circa 6 mesi mio marito ha deciso di lasciarmi e ha cambiato casa. Abbiamo una bambina di 4 anni e io non le ancora detto che il papà non tornerà più a casa, le ho detto che è via per lavoro. Tra l’altro mio marito in tutto questo tempo non si è fatto sentire tanto con la bimba ed io mi domando se sia giusto dirle la verità, perchè temo di procurarle troppa sofferenza in una volta.

R: cara signora, sono rattristata dal suo racconto e comprendo i suoi dubbi e le sue preoccupazioni, sicuramente espressione di un grande amore verso sua figlia, un amore che talvolta per proteggere chi ama, vorrebbe evitargli di soffrire, di sapere le cose come stanno, di affrontare il discorso.

Nonostante questo, occorre sempre ricordarci che i bambini non sono stupidi e con il trascorrere del tempo, rischiamo che comprendano da soli ciò che sta accadendo, con il rischio di dargli oltre alla sofferenza per l’accaduto, la delusione per avergli taciuto una verità di cui noi eravamo già a conoscenza.

Perciò se è vero che non si può spiattellare in faccia a una bimba così piccola una verità così amara senza mediazione, non è altrettanto ipotizzabile il far finta di niente, sperando che il vuoto di parole non crei delle domande. Dobbiamo superare le paure che come adulti talvolta abbiamo di affrontare argomenti che ci dolgono e che soprattutto nel bambino faranno sorgere interrogativi e dubbi ai quali dovremo imparare a rispondere.

La bimba merita di sapere la verità, di capire cosa sta succedendo, pur con un linguaggio adeguato alla sua età e con tutti gli accorgimenti necessari, visto che per ora è convinta che il papà sia via per lavoro. D’altro canto, visto che è figlia anche di suo marito, stimolerei anche il papà a partecipare al momento del dialogo con la bambina. Questo ovviamente, se entrambi, avete la sicurezza, la maturità e la saggezza di non degenerare in una lite durante questo importantissimo momento di chiarimento. La presenza di entrambi i genitori può aiutare la bambina a separare l’evoluzione negativa del vostro rapporto di coppia dall’atteggiamento dei genitori nei suoi confronti. Vale la pena, però prima di affrontare la cosa con la bambina, che lei e suo marito vi chiariate sull’argomento, in modo da evitare messaggi ambigui, poco chiari o addirittura contraddittori.

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ADHD

D: ho un bambino di 10 anni a cui è stata fatta una diagnosi di ADHD. Gli sono stati prescritti dei farmaci ma io sono molto dubbiosa al riguardo. Vorrei sapere se secondo lei li deve assumere o meno.

R: cara signora, sono pedagogista e non medico. Pertanto non ho né le competenze né l’autorità scientifica per poterle dire se, nel caso specifico di suo figlio, sia giusto o meno assumere farmaci.
La prescrizione di un farmaco spetta esclusivamente ai medici e guai a me se rispondessi alla sua domanda.

Mi vengono in mente per poterla aiutare due riflessioni.

La prima, generalmente, a fianco dell’intervento farmacologico, per l’ADHD viene sempre previsto un aiuto psico-pedagogico proprio per non trascurare nessun aspetto dell’espressione dei comportamenti ed aiutare il bambino da tutti i punti di vista. Non so se le è stato prescritto oppure no, in ogni caso, è cosa opportuna e utile. La seconda, se non è convinta della diagnosi che le è stata fatta o della cura prescritta, nessuno le vieta di sentire un altro parere medico, tenendo presente che solo un neuropsichiatra può esprimersi con competenza sulla materia. Meglio ancora un neuropsichiatra, esperto dell’argomento, perchè sull’ADHD il dibattito scientifico è ancora molto acceso.

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VOTO IN CONDOTTA

D: gentile dottoressa, vorrei sapere che ne pensa del fatto che il ministro dell’istruzione vuole ripristinare il voto in condotta e di conseguenza se pensa sia utile per debellare il bullismo.

R: caro lettore, che il voto in condotta da solo basti per “debellare” come dice lei un fenomeno come il bullismo è quanto meno utopistico. Il bullismo non è nato d’improvviso, come talvolta, ci si vuol far credere.
È il frutto del fatto che ci siamo disabituati a educare, cioè che tutti, ma in particolare le persone preposte all’educazione dei ragazzi (genitori ed insegnanti) hanno piano piano abdicato dal loro ruolo e pensato bene di delegarlo ad altri, talvolta ai fantasmi.

Ritengo la reintroduzione del voto in condotta una cosa positiva e giusta, anche se non sufficiente da sola a sistemare il grande disagio che avvolge la scuola in questi anni. Ma credo che questo il ministro lo abbia capito. Come in tutto, si parte da qualcosa per arrivare a sviluppare interventi intelligenti che diano risultati apprezzabili.
Il voto in condotta, paradossalmente, forse può essere utile più ad insegnanti e genitori che ai ragazzi stessi. Mi spiego: il bullo del 7 in condotta si fa un baffo, e con il bullo anche il ragazzetto fuori dalle righe. Il docente, invece, ritrova a pieno titolo, una autorevolezza che è costretto ad andare a recuperare, chissà che questo non sia di buon auspicio per ritrovare la propria “vocazione perduta” all’insegnamento. Il genitore, forse, deciderà con la visione del voto in condotta di scendere dal paradiso terrestre dove talvolta è convinto abiti il proprio figlio, per portarlo alle glorie terrene della vita di tutti i giorni, dove non si comporta proprio da angelo!

Perciò, per rispondere alla sua domanda, sì d’accordo con il voto in condotta, ma di sicuro non eliminerà da solo le difficoltà attuali di genitori, docenti e ragazzi a cui devono corrispondere interventi pedagogici adeguati e soprattutto concreti ed efficaci!

Lei non dice nulla a proposito dell’educazione civica...Questa sì, che è una reintroduzione intelligente, pratica e concreta per riportare un pò di educazione sociale e può far solo bene a tutti.
Tempo fa lessi che il giudice Falcone considerava l’educazione civica in grado di innescare un dinamismo pedagogico importantissimo per eliminare e contrastare le tendenze devianti.
Credo che data l’autorevolezza nessuno abbia niente da ridire!

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PENSARE AI DOCENTI

D: vorrei sapere da Lei su cosa un insegnante in questo periodo dovrebbe essere preparato per stare al passo delle sfide del mondo della scuola. Sono un docente di scuola superiore e sono sempre più preoccupata di come vanno le cose. A.

R: cara prof., la sua domanda è molto interessante e le rispondo con piacere.

Il clima e le situazioni che viviamo nel mondo della scuola non possono farci ignorare che soprattutto in questi anni, i docenti hanno bisogno di formazione. Tuttavia, quando si parla di formazione si pensa sempre a corsi, conferenze, ecc... su argomenti e tematiche che di fatto riguardano sempre i ragazzi.
Ad esempio, il disagio giovanile, il bullismo, ecc...

Io credo che in questo periodo si debba prestare più attenzione ai docenti come persone, cioè a proporre percorsi di formazione personale che non necessariamente riguardino gli alunni e il cosa fare in classe, ma che vertano sull’aiutare i docenti a riflettere su di sé, sul proprio modo di insegnare e di rapportarsi con i ragazzi, sul proprio star bene.
Questo, non perchè preparare i docenti sul bullismo o quant’altro sia meno importante, ma perchè affinchè i docenti aiutino in maniera adeguata i ragazzi devono essi, in prima persona, STAR BENE, essere persone equilibrate ed armoniche, persone in grado di gestire positivamente i sentimenti di paura, frustrazione, stanchezza, disagio, che prima che nei ragazzi, esistono negli insegnanti.

Ricordarsi che i docenti sono persone e che come persone hanno bisogno di essere aiutati prima di imparare ad aiutare.

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PERCHÈ BULLI

D: sono mamma di una bambina delle elementari e francamente quando sento alla televisione tutto quello che accade, non riesco a non domandarmi perchè. Purtroppo non trovo risposta, tranne le solite giustificazioni che incolpano gli uni o gli altri (genitori e insegnanti).
Lei cosa ne pensa?

R: la sua domanda mi risparmia una grande premessa su tutte le implicazioni di carattere sociale, culturale, ecc... di cui si parla tanto e spesso. Ed è vero, ha ragione, troppo spesso si cerca un “mandante”, un “qualcuno” a cui addossare la colpa per sentirci forse liberi noi stessi dal rimorso. È più semplice dire: “È colpa tua”, perchè in questo modo scaricando le colpe, è come se noi ci dicessimo che non possiamo fare nulla per risolvere la situazione.

Perciò, la mia risposta è inusuale. Forse può anche sembrare una risposta strana da parte di una pedagogista. Queste parole potrebbero suonare più idonee in bocca ad un prete...

Ma le azzardo lo stesso: quello che manca ai nostri ragazzi è la formazione della coscienza.

Non sono in grado di discernere con la chiarezza con cui lo facevamo noi, il bene ed il male. E nell’incertezza, provano qualsiasi esperienza per vedere le emozioni che le loro azioni possono dargli. Ora mi domando: a chi tocca aiutare i nostri giovani a sviluppare una coscienza?

Da questo compito, anzi dovere, nessuno è escluso. Tutti possiamo fare qualcosa, se non altro con un esempio chiaro di coerenza e positività, di bene e rispetto per gli altri.

Spero che lei come mamma si preoccupi di questo nella educazione di sua figlia. Se tutti i genitori e gli educatori, così facessero, i ragazzi avrebbero gli strumenti per poter capire dove fermarsi. Anzi, neppure, penserebbero all’ipotesi di andare oltre.

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CHE FARE DA GRANDE?

D: ho iniziato da poco a lavorare in una azienda privata, ma il mio contratto non è definitivo. Ho 22 anni e mi domando come posso fare a migliorare la mia situazione. Dipendo in tutto e per tutto dai miei genitori. Ciò mi da fastidio, ma non posso fare altrimenti. Vorrei tanto che il mondo del lavoro cambiasse e che mi desse una opportunità differente. F.

R: caro F. le tue parole sono le parole di tanti giovani appena entrati nel mercato del lavoro o in via di ingresso, in un periodo storico e in una congiuntura economica non proprio nota per essere favorevole. Credo che in questo periodo, la riflessione da fare non sia “vorrei tanto che il mondo del lavoro cambiasse”, ma “cosa posso fare io per cambiarlo e migliorare la mia situazione?”

Si dice che “l’uomo è artefice della sua fortuna”, cioè che è rimboccandosi le maniche, facendo emergere tenacia e grinta, impegnandosi a fondo nello sviluppare una professionalità specifica e concreta che piano piano tutti i tasselli si sistemano al posto giusto. Certo lo scoraggiamento e la disillusione non sono compagni di viaggio ottimali e se ti scoraggi a 22 anni, cosa farai a 35, a 40, quando le responsabilità saranno più importanti e onerose? Forza, non c’è spazio per queste cose.

Occorre stare sempre in piedi e tenere duro fino a che arriveranno occasioni e tempi migliori, non da sole però, ma anche grazie al nostro continuo impegno nel crescere e migliorarci come persone, come lavoratori, come essere di relazione. Anche se a volte ci sentiamo un pò orfani, occorre far emergere il nostro guerriero interiore, sempre pronto a raccogliere le sfide dei tempi duri, convinto che essi ci fanno crescere.

Riguardo alla dipendenza dai propri genitori, purtroppo è lo scotto che tutti stiamo pagando, in un certo senso fino a venerande età. Ma c’è modo e modo di lasciarsi aiutare: c’è l’atteggiamento di chi piano piano si costruisce la propria vita e si avvia alla indipendenza non solo economica, e l’atteggiamento di chi si siede sul rimpianto, nell’attesa della manna dal cielo, e prende tutto ciò come giustificazione per sedersi in poltrona ad attendere tempi migliori.

Tu da che parte stai?

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RAPPORTO TRA COLLEGHI

D: Sono responsabile del personale in una azienda di medie dimensioni. L’ambiente che si è creato in un settore della azienda è diventato invivibile, a causa delle invidie e delle gelosie tra colleghi.
Siccome sono convinto che si debbano e si possano educare anche gli adulti, vorrei qualche suggerimento. A.

R: caro A. le sue osservazioni sulla educazione degli adulti sono molto reali e attuali. Infatti, quando lavoro nelle aziende, mi piace parlare di pedagogia aziendale. Cioè di quell’arte e quelle tecniche, metodi, ecc... il cui obiettivo non è psico-analizzare i dipendenti, ma aiutarli a maturare una consapevolezza tale sui propri comportamenti fino a stimolare un cambiamento.

In parte, questo tocca a lei o a chi ha mansioni di responsabilità nella azienda, ma nello specifico, tutto ciò è meglio generalmente affidarlo a professionisti esterni che per una maggiore obiettività e competenza possono ottenere risultati migliori senza spezzare gli equilibri già a volte fragili presenti in azienda.

Ogni situazione è diversa ed unica, anche se si tratta di situazioni di conflitto ed invidie. Perciò, senza una “diagnosi” del suo contesto aziendale, non si possono improvvisare soluzioni ed interventi adeguati.

Gli unici due stimoli che posso darle sono da una parte quello di rivolgersi a una persona che si occupi di pedagogia aziendale e in secondo luogo di capire a cosa sono dovuti i comportamenti e le situazioni che si sono create. La soluzione si trova estirpando la causa e non curando i sintomi.

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MIO FIGLIO HA 25 ANNI E VUOLE ANDARE A VIVERE DA SOLO

D: mio figlio ha 25 anni e vuole andare a vivere da solo. Onestamente, non capisco cosa gli manchi a casa e perchè voglia andarsene, visto che tra l’altro con un lavoro come il suo, fa il magazziniere, farebbe molta fatica a mantenersi. Non so cosa fare per dissuaderlo da questa impresa che secondo me sarà un fallimento.


R: cara signora, suo figlio la ringrazia decisamente per la enorme fiducia che ripone in lui e nelle sue risorse, nelle sue capacità personali di crescita e di sviluppo...

Mi rendo conto che per una mamma, il nido vuoto sia un ‘lutto” piuttosto difficile da digerire e che dopo anni trascorsi a dedicarsi ai figli risulti affettivamente faticoso distaccare il cuore, ma i figli devono CRESCERE e anche l’autonomia fa parte della crescita naturale e psicologica a cui devono andare incontro. Capisco la sua preoccupazione materiale, ma anche questo tipo di difficoltà possono aiutare suo figlio ad ingegnarsi per fare quadrare i conti, far bene i suoi calcoli e capire come organizzarsi. Come dire, suo figlio, che peraltro non è certo un bambino, visto che ha già 25 anni, potrà trovare in se stesso risorse e problem solving che lo aiuteranno in questa direzione, se questo è veramente ciò che vuole. Conosco anche persone più giovani di lui che con lavori dello stesso tipo ce la fanno eccome. Certo, stringono un pò la cinghia, di sicuro non spendono a sproposito, ma...Non crede che il farcela, la consapevolezza di riuscirci sia una bella spinta alla loro sicurezza personale e alla loro autostima?

Perciò, altro che dissuaderlo, cara mamma, forse...È ora di iniziare a credere in suo figlio e a accompagnarlo nella sua crescita, evolvendo nel suo ruolo di mamma!!

La mamma è sempre la mamma, purché non faccia la mamma sempre allo stesso modo...

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MIA FIGLIA HA AVUTO NELL’ULTIMO ANNO DIVERSE DIFFICOLTÀ DAL PUNTO DI VISTA PERSONALE

D: mia figlia ha avuto nell’ultimo anno diverse difficoltà dal punto di vista personale. Tutto ciò si è riversato sulla scuola. Al momento è seguita da uno specialista, ma non ravvedo ancora dei miglioramenti a livello scolastico. Vorrei sapere che ne pensa.


R: gentilissimo lettore, la sua domanda mi dà informazioni piuttosto parziali sulla situazione, pertanto anche la mia risposta non potrà essere esaustiva.

Non dice ad esempio che tipo di difficoltà personali ha avuto sua figlia e di conseguenza non posso effettivamente intendere quanto la forza di queste difficoltà possano avere inciso sulla prestazione scolastica. L’unica cosa che posso dedurre è che siano state difficoltà non legate direttamente alla scuola, ma derivanti da altro e che abbiano quindi inciso sul rendimento solo per conseguenza.

Detto questo, ritengo che la vita di una persona sia di più che la scuola e di più che il proprio lavoro. Che è come dire che, per quanto alcuni aspetti della vita siano fondamentali, non possiamo dimenticarci che il nostro star bene è ancora più importante, che l’essere sia più importante del fare.

È evidente che se abbiamo problemi o disagi a livello personale, tutto ciò va ad incidere sulla nostra prestazione e sul rendimento “produttivo” strettamente detto. Questo avviene a qualsiasi età. È naturale che, se ho un disagio nella sfera personale, emotiva, etc...Facilmente, avrò una minore disponibilità attentiva ed energetica da dedicare ai miei compiti, perchè volente o nolente, “parte dei miei pensieri” sono concentrati in ciò che mi preoccupa.

Ai ragazzi, questo succede più facilmente, perchè non potendo equiparare il senso di responsabilità, la loro capacità a gestire le emozioni, la disponibilità attentiva, la faticabilità a quella di un adulto (o almeno si suppone...), il loro disagio li destabilizzi maggiormente.

Certamente tutto ciò non significa, lasciar andare i propri doveri, perchè ciò implicherebbe sprecare tempo prezioso e probabilmente pentirsene, ma sapere comprendere dove sta il limite invalicabile tra lo stimolo da dare alla ragazza per superarsi e sviluppare una maggiore forza di volontà per concentrarsi sui suoi compiti ed impegnarsi maggiormente e le sue effettive possibilità in relazione alla situazione che vive. Non comprendere questo, significherebbe frustrarla e lavorare contro corrente rispetto alla soluzione del disagio, creandone forse un altro. Non so quanto il “rendimento” sia la parola chiave in questo momento. Forse l’importante è non fermarsi, andare avanti, procedere e non chiudere il successo nel solo voto.

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