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IL PEDAGOGISTA CLINICO IN AIUTO ALL’AZIENDA

L’universo aziendale rappresenta un altro campo concreto per l’azione e l’intervento del pedagogista clinico. L’impresa può venire paragonata a una persona che porta nel suo grembo capacità e limiti, difficoltà e potenzialità e che si trova costretta a fare i conti con la conciliazione dei propri obiettivi e la realtà della loro attuazione.

Con le sue dinamiche e le sue speranze di successo è un campo che ben si presta per iniziative che hanno come finalità quelle dell’aiuto alla persona, giacchè l’azienda non è una realtà impersonale e anonima, ma un insieme variegato di persone che perseguono la stessa missione.

Come in qualunque situazione di intervento clinico, svolto per stimolare il superamento di una difficoltà o lo sviluppo di una o più potenzialità, il pedagogista clinico inizia con una accurata anamnesi; anche in riferimento al mondo aziendale, egli non può prescindere da una “anamnesi” di contesto e di clima che gli permetta di strutturare successivamente un intervento efficace.

Questa indagine anamnestica si svilupperà attraverso una osservazione diretta del pedagogista clinico, lo svolgimento di colloqui con i capi settore, e l’utilizzo di strumenti contingenti che abbiano la funzione di raccogliere dati sul bisogno aziendale anche da parte dei dipendenti, come questionari informativi o lettere anonime. Tutto ciò conviene avvenga successivamente a una propaganda informativa sul progetto, per non ottenere effetti di ansia sui dipendenti, ma per dare la possibilità di cogliere la funzionalità e il valore dell’intervento in azienda, nonchè per diffondere un clima di fiducia e accoglienza.

Questa fase, più o meno lunga, a seconda della grandezza della azienda e dal numero dei dipendenti, appare una necessità per svolgere interventi mirati e idonei al tipo aziendale e alle necessità specifiche.

Per quanto riguarda le direzioni che il pedagogista clinico può perseguire, esse sono:
  1. Svolgere una attività di mediazione tra azienda-risultati e persone-pedagogia clinica-benessere
  2. Stimolare e facilitare automotivazione, autorealizzazione nelle persone, un clima di sviluppo delle proprie risorse personali, non solo professionali, condivisione, comunicazione, relazioni positive e efficaci, socializzazione
  3. Aiutare l’azienda:
    • nel rilevare eventuali disagi e a fare una “analisi di clima”
    • a migliorare l’ambiente, il clima lavorativo e lo stato del benessere psico-fisico dei dipendenti
    • intervenire positivamente sulle relazioni aziendali a tutti i livelli promuovendo la comunicazione, collaborazione e accoglienza
    • nel rilevare e intervenire sui conflitti interni
    • aiutare le persone e l’azienda a crescere professionalmente attraverso stimoli di diverso genere (corsi di formazione, attività gruppali, bilanci competenze, analisi dei bisogni formativi, ”politiche per lo sviluppo dei talenti individuali”...)
    • aiutare le persone a riflettere sulla propria professionalità, le proprie competenze e disagi soggettivi, al fine di migliorare il proprio stato di benessere psico-fisico e le proprie prestazioni
Le tecniche e le attività che il pedagogista clinico propone in azienda hanno la finalità di coinvolgere la persona interamente, stimolando l’area energetico-affettiva per far emergere comportamenti positivi. Questo permette sia di avere persone maggiormente soddisfatte che migliori risultati in azienda. Chiaramente, in un contesto aziendale, occorre cercare di scegliere le tecniche e le modalità migliori anche in rapporto alle aree lavorative e di settore. Ad esempio, le necessità dell’area commerciale potrebbero essere molto diverse rispetto a quelle dell’area amministrativa.

Facendo alcuni esempi di probabili interventi:
  • Sportello pedagogico-clinico per i dipendenti, per la gestione dello stress, dei conflitti e delle problematiche lavorative (lavoro interinale, frustrazione, monotoni...) e per la valorizzazione delle competenze, ”career counseling“, riflessione individuale.
  • Incontri di gruppo con l’ausilio del Metodo Edumovment® per creare e stimolare la relazione tra membri dello stesso settore o ufficio che non si conoscono o tra cui non vi è una comunicazione trasparente al fine di promuovere nel contesto lavorativo e operativo una comunicazione efficace, una efficienza organizzativa e relazioni serene e produttive.
  • Incontri di gruppo, con l’uso del Metodo Reflecting®, per agevolare la comunicazione e lo scambio tra capi settori, manager, dipendenti e favorire la conoscenza delle reciproche modalità di relazione e degli eventuali errori o ostacoli da superare; per educare a una comunicazione accogliente dell’opinione del collega e al lavoro di equipe.
  • Incontri di gruppo (piccoli gruppi, divisi per settore o ufficio) in cui si farà uso di metodi come l’Inter Art® e la Musicopedagogia® per favorire il rilascio delle tensioni, e l’espressione più libera del proprio sé; per stimolare nei partecipanti una modalità maggiormente serena e rilassata di affrontare gli obblighi lavorativi, gli impegni quotidiani, e gli innumerevoli imprevisti che si possono incontrare in una grande azienda e per favorire nell’altro l’espressione della creatività.
  • Aiuto nella gestione dei conflitti, attraverso dapprima una attività di individuazione di essi con tecniche espressive che li possano fare emergere, come burattini, maschere, brain storming, philips 66, etc...Successivamente un intervento di mediazione per il loro riassorbimento, per la maturazione di un nuovo equilibrio e di una serena comunicazione, oppure per favorire il ritrovamento del dialogo tra le parti in conflitto.
  • Corsi di accoglienza del pubblico e di comunicazione, con modalità attive per migliorare le prestazioni degli operatori nell’espletamento delle loro mansioni e di riflesso ottenere maggiori e profondi risultati rispetto alla qualità del servizio aziendale, soprattutto nel caso di servizio pubblico.
  • Corsi di aiuto nella gestione dello stress (momenti basati sul training induttivo di gruppo, fantasmagorie, esercizi di respirazione e presa di coscienza del sé corporeo...), musicopedagogia®, attraverso l’ascolto di suoni, la riproduzione di essi con strumenti, un lavoro affettivo di espressione delle armonie interiori attraverso i suoni e gli strumenti musicali; lavoro sulla respirazione con l’ascolto di melodie distensive o attivanti, basandosi sul potere che riconosciamo alla musica nell’influenzare la giornata o lo spirito della vita.
Questi sono solo pochi esempi di quello che può rendere l’azienda un contesto migliore, più produttivo e più vivibile per tutti. Ogni azienda può manifestare esigenze molto diverse e ampie che è bene, valutare nello specifico, prima di progettare qualsiasi tipo di progetto o intervento.

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L’ORIENTAMENTO DAL PUNTO DI VISTA PEDAGOGICO-CLINICO

Il termine orientamento è divenuto sempre più frequente in questi ultimi anni. Si parla di orientamento a livelli differenti, in base alle diverse competenze che i professionisti esercitano a riguardo: si parla di orientamento a livello scolastico o professionale, a seconda degli ambiti che vengono chiamati in causa e in cui questa metodologia di azione e formazione può risultare utile e valida; e si parla di orientamento in maniera differente in base agli approcci che gli specialisti utilizzano nel “fare orientamento”.

Il termine orientamento, a mio parere, è anche spesso usato in maniera piuttosto impropria, come se in una società bisognosa di punti di riferimento e indicazioni da seguire, tutti si fossero improvvisamente resi guide e orientatori di qualcun altro; come se ci fossero persone in grado di condurre altre ‘sulla strada giusta” nella vita scolastica, professionale, etc.

L’obiettivo di queste righe è, quindi, quello di chiarire cosa si intende per orientamento, indipendentemente dal suo ambito di riferimento, e di specificare l’apporto che la pedagogia clinica può dare con il suo approccio e i suoi metodi.

In generale, fare orientamento significa aiutare le persone a costruire percorsi pienamente soddisfacenti, in ambito formativo e/o professionale, durante tutto l’arco della loro vita. Le attività di orientamento possono riguardare i percorsi e le scelte scolastiche, gli obiettivi professionali, l’inserimento lavorativo. A livello pratico, l’azione orientativa si può avvalere di vari mezzi e metodologie, tra le quali spiccano i tutoring, i tirocini, la consulenza e il sostegno sulle scelte di vita. Sono, quindi, da evitare strategie quali la psicoterapia o il counselling psicologico (estremamente validi in altri ambiti psico-pedagogici). L’orientamento, infatti, rischierebbe di perdere la sua efficacia e fuoriuscire dal proprio ambito di competenza.

Mi sono sentita, quindi, di portare un mio contributo nel metodo di affrontare l’azione orientativa e, in particolare, l’aspetto del colloquio individuale di orientamento. Non una modalità più valida di altre, ma semplicemente la mia modalità di “fare orientamento” secondo uno stile pedagogico-clinico.

Orientare, per un pedagogista clinico, è salvaguardare il potere decisionale individuale dell’interessato, aiutandolo a riflettere e a riattivare le proprie risorse per metterlo in condizione di fare le proprie scelte di vita scolastica e professionale. Non intendo dire che l’orientamento sia un guidare l’altro, o un sostenere l’altro come se senza un aiuto egli fosse come incapace. Orientare, dal punto di vista pedagogico-clinico, significa aiutare la persona, giovane o adulta che sia, a riconoscere e valutare dentro di sé le proprie capacità, aspirazioni e aspettative sul futuro e a formulare il proprio personale e unico (perchè diverso da quello di chiunque altro) progetto formativo. È la persona stessa che, accompagnata dal pedagogista clinico, giunge alla maturazione e alla formulazione dei suoi obiettivi e delle sue mete.

Quello che dovrebbe, quindi, fare “l’orientatore” è aiutare l’altro a riflettere e a trovare in sé le risorse e le energie per strutturare o ristrutturare il proprio futuro. Si tratta, quindi, di uno stare con l’altro per aiutarlo ad affrontare processi di transizione fondamentali, come possono essere, il cambio di scuola, di lavoro, il licenziamento, etc. Si tratta di trovare in sé la soluzione al problema per proseguire nel proprio personalissimo percorso di vita. Ognuno porta dentro di sé il proprio progetto e i propri obiettivi. A noi, pedagogisti clinici-orientatori, tocca semplicemente il compito e il piacere di aiutare l’altro a dare vita a tale progetto, che attende solo di essere chiamato alla luce.

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PEDAGOGIA CLINICA E SPORT: BINOMIO INTERESSANTE

Negli ultimi anni, il mondo dello sport sta iniziando a manifestare una sensibilità crescente e un nuovo interesse nei confronti della persona che ‘fa sport” e che si impegna, in maniera agonistica e/o non agonistica, nell’attività fisica e sportiva. Ci si avvia a maturare un nuovo punto di vista e una nuova prospettiva: non più l’atleta semplicemente e ed esclusivamente come tale, ma l’atleta in quanto persona, nella completezza, nella totalità e nella globalità del suo modo d’essere e di esistere.

La persona umana è un universo complesso e originale che, in qualunque ambito agisca e operi, non si può scomporre o ridurre; se possiede doti e talenti particolari, dal punto di vista umano, oppure se manifesta problemi di carattere comportamentale, relazionale o di altro genere, questi vengono portati sul campo da calcio, in palestra, sulla sbarra...Così come vengono vissuti nel normale evolversi della vita quotidiana.

L’attività sportiva può essere uno strumento nelle mani di genitori, educatori, insegnanti, allenatori per intervenire a favore di bambini e adulti con una finalità educativa e con l’intento di favorire e stimolare la crescita di una personalità armonica e equilibrata.

Mentre sarebbe inopportuno credere che lo sport sia una panacea a tutti i problemi, là dove solo l’intervento clinico potrebbe apportare benefici reali, non è affatto inopportuno riscontrare e riscoprire nell’attività sportiva alcuni elementi favorevoli e concreti che, utilizzati in maniera sapiente e con intenzionalità educativa, possono avere un ruolo importante nello stimolare lo sviluppo psico-motorio nell’infanzia e nei bambini, e nell’accompagnare e sostenere il riequilibrio psico-affettivo dell’adulto.

Vi è in questo senso la possibilità di una buona e proficua collaborazione tra mondo sportivo e pedagogia clinica, una collaborazione dove ognuno con i propri obiettivi e i propri specifici traguardi lavora con l’altro al fine della promozione del benessere psico-fisico dell’uomo e della sua soddisfazione nella vita, dell’armonia del vivere e dell’essere.

Gli antichi greci sostenevano mens sana in corpore sano (una mente sana in un corpo sano), e questo motto non era semplicemente un detto popolare. Dietro a questo modo di pensare, vi era una concezione specifica della persona umana e conoscenze reali sulla crescita evolutiva. Si credeva che l’uomo non potesse svilupparsi pienamente e armonicamente senza che attività mentale e fisica avessero importanza e valore nella vita dell’uomo e senza che egli ad ognuna concedesse tempo, energia e interesse. Ai nostri giorni diremmo che il modello da seguire non è né quello di uno sportivo ignorante, e neppure quello di un genio informatico atrofizzato e sedentario. Già gli antichi greci erano pienamente consapevoli che persone complete, che prestavano attenzione alla crescita e allo sviluppo di ogni aspetto del proprio essere, dal punto di vista fisico, psicologico, etc. sarebbero state persone più armoniche, equilibrate e di conseguenza felici.

Il corpo è un portavoce diretto della nostra personalità e del nostro stato interiore. Noi parliamo attraverso il corpo. Viviamo in un periodo storico dove l’uso della parola è spesso abusato. Si presta molta attenzione generalmente al linguaggio parlato, a quello che bambini e adulti dicono con la lingua. Ma non si presta attenzione a quello che le persone dicono con il corpo, con la postura, con l’atteggiamento, con il movimento. Il corpo è un canale fondamentale per la persona. Noi abitiamo un corpo. Ad, esempio, il fatto che durante gli allenamenti gli istruttori possano notare difficoltà o carenze, il fatto che possano rendersi conto che qualcosa non va per il verso giusto, può dare all’attività sportiva anche una finalità di monitoraggio interessante. È ormai assodato, per esempio, il legame tra movimento e apprendimento. Spesso capita che quei bambini che a scuola hanno difficoltà di apprendimento siano anche quei bambini che nell’ora di educazione fisica sono un pò goffi e scoordinati.

L’attività fisica e sportiva può essere un mezzo positivo e educativo per scaricare tensioni e aggressività e imparare a canalizzare le forze e le energie che il mondo affettivo sprigiona, e che non sempre riusciamo a indirizzare nella maniera più opportuna. Soprattutto i bambini di oggi che a differenza dei bambini di ieri (che eravamo noi) stanno quasi sempre seduti: a scuola sono seduti, a casa sono seduti davanti alla televisione o davanti al game boy, a catechismo sono seduti...Potrebbero avere un grande vantaggio nel possedere uno spazio costante in cui muoversi e scaricarsi. Chiaramente la scelta del tipo di attività sportiva dipende, poi, sia dalle attitudini della persona, che dal suo stato fisico e dal suo bisogno psico-affettivo. In questo senso, si potrebbe parlare di sport a carattere individuale e di sport e giochi di squadra. Oppure di sport che in qualche modo riflettono una filosofia o un modo di pensare (mente) o attività che contengono maggiormente l’aspetto di una strategia di azione fisica (corpo).

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LO SPORTELLO “OPEN DOOR” DEL PEDAGOGISTA CLINICO
(Intervista alla Dr.ssa Michela Diani)

Enrico Salomi: Cosa è lo sportello “open door”?
Michela Diani: È un momento di ascolto offerto ai ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori volto all’aiuto e all’accompagnamento individuale durante il loro percorso scolastico, in rapporto alle difficoltà scolastiche, relazionali, affettive e sociali che possono incontrare in questo periodo della vita.

E.S.: Quindi non è un servizio solo legato all’aspetto scolastico?
M.D.: No, anzi. Si tratta di una opportunità globale offerta alla persona. Se fosse solo rivolto all’aspetto scolastico, si rischierebbe di considerare la persona a scomparti, mentre sappiamo che l’essere umano è un “tutto”; che non possiamo slegare gli ambiti della nostra vita in maniera rigida. Spesso capita, infatti, che problemi di carattere scolastico, legati al rendimento oppure al comportamento, siano determinati da disagi affettivi o relazionali.

E.S.: Cosa ha di diverso rispetto al solito questa proposta?
M.D.: Credo che il carattere distintivo dello sportello open door sia l’ascolto attivo e partecipativo, cioè empatico dell’altro. L’intervento non è una osservazione fredda, fatta di test o un ascolto giudicante, ma uno stare con l’altro in semplicità, cercando di capirlo e aiutarlo a trovare in sé la propria soluzione al problema per il quale viene da noi. Non si tratta di condizionare le scelte dei ragazzi, oppure di decidere come orientarli al successo scolastico, etc., ma di accompagnarli in un viaggio alla scoperta di sé, affinchè siano in grado di trovare da soli gli strumenti per reagire al problema e alla difficoltà.

E.S.: Ma non bisogna stare attenti a che non si tramuti in una presa in carico?

M.D.: Certamente. Questo all’interno delle mura scolastiche non sarebbe possibile. Infatti i ragazzi possono usufruire dell’opportunità di parlare per un numero limitato di volte. Se ci si rende conto che la richiesta di aiuto supera queste disponibilità si suggerisce alla persona interessata di cercare un aiuto esterno con cui poter proseguire nel percorso.

E.S.: Ma come è il rapporto che si viene a creare con i ragazzi? Vengono al servizio?
M.D.: Il rapporto che si crea è molto bello, perchè loro hanno molto bisogno di qualcuno che li ascolti senza pregiudizi e senza atteggiamenti giudicanti. Vivono un’età molto particolare dove un aiuto estraneo rispetto alla famiglia e alla stessa scuola può risultare ottimale. Vengono volentieri, dopo il primo imbarazzo. Non è facile per nessuno parlare liberamente di sé e della propria vita, del proprio mondo interiore; quindi una iniziale titubanza è normale. Credo che ci si giochi quasi tutto nella modalità di accoglienza; sentendosi capiti tornano con facilità.

E.S.: Il pedagogista clinico in che rapporti è con la famiglia e gli insegnanti?
M.D.: Non è in nessun tipo di rapporto. È la scuola nella figura del dirigente scolastico a curare il rapporto con la famiglia riguardo allo sportello, vale a dire, cioè a fornire l’informativa della sua esistenza. Poi queste iniziative di solito sono inserite nel POF (piano formativo annuale) e quindi integrate nei servizi che la scuola offre.
Per quanto riguarda il rapporto con gli insegnanti, è bene evidenziare che il pedagogista clinico che è lì per lo sportello open door, è lì per i ragazzi e solo per loro. Non può essere anche il punto di riferimento degli insegnanti perchè altrimenti potrebbero esserci “conflitti di interesse”. Mentre è fondamentale costruire con i ragazzi una alleanza costruttiva.

E.S.: E allora come si fa a aiutare anche gli insegnanti che hanno comunque bisogno nel vivere il loro ruolo educativo?
M.D.: Nel caso in cui si manifesti la necessità, i progetti proposti prevedono la presenza di un altro pedagogista clinico che si occupi solo degli insegnanti. Anche se, a dire la verità, non è che sempre i docenti siano cosė disposti a mettersi in discussione dal punto di vista educativo. Generalmente vengono a chiedere una ricetta per il loro agire, mentre noi proponiamo un percorso di crescita e di riflessione, non dando né consigli, né indirizzi di azione. La stessa metodologia di ascolto partecipativo e la stessa sospensione di giudizio si vive anche nel rapporto con gli insegnanti. Con gli insegnanti, solitamente, hanno maggiore successo proposte di gruppo, percorsi di crescita e riflessione a tema, incontri formativi, per esempio sulla comunicazione con i ragazzi.

Enrico Salomi


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IL PEDAGOGISTA CLINICO E L’USO DEI TEST

Come altri operatori anche noi possiamo avere bisogno, per appoggiare e completare l’indagine anamnestica dell’uso di test.

Dal punto di vista della pedagogia clinica, i test sono uno strumento per conoscere meglio la persona che stiamo già incontrando nel colloquio, per arricchire e sostenere il percorso anamnestico e per aiutare la persona stessa a conoscersi anche attraverso strumenti di diversa natura. Non sono mai usati, in pedagogia clinica, come un mezzo per valutare il soggetto o per inquadrarlo in qualche categoria o tabella che identifichi il suo disturbo, neanche quando si tratta di test che in qualche modo dovrebbero comportare una sorta di “misurazione” delle prestazioni e dei risultati del soggetto in quella determinata “prova”; nelle mani del pedagogista clinico, i test non hanno significato e valore da se stessi, traggono validità solamente se accompagnano il colloquio anamnestico e l’osservazione diretta e se il loro uso risulta calibrato e armonico rispetto alla situazione clinica su cui siamo chiamati a fare una diagnosi. Ciò naturalmente non significa che i test vengono modificati a nostro piacimento; è assolutamente fondamentale che ogni test venga messo in atto secondo le istruzioni e le consegne specifiche che sono state testate. Ad esempio, non si può usare la Nemi, che è una scala di intelligenza, senza attenersi scrupolosamente alle istruzioni e non correre il rischio di inficiare i risultati del test stesso. In questo, il pedagogista clinico, come del resto tutti gli operatori che utilizzano i test sono chiamati a fare, si attiene scrupolosamente alle istruzioni. Generalmente, essi servono proprio da collanti tra l’indagine anamnestica e l’osservazione, poichè la situazione clinica del soggetto deve necessariamente mostrare una coerenza di fondo, confrontando i dati emersi da questi tre elementi. Se così non fosse, qualcosa nell’indagine anamnestica è andato storto. O la persona ha avuto riserve grosse e non è stata pienamente sincera, oppure l’operatore ha commesso qualche errore di indagine o qualche trascuratezza. Anche il numero dei test che possono essere utilizzati all’interno di un percorso anamnestico deve essere adeguato: uno da solo non sarebbe attendibile, ma neppure è opportuno “stremare” il soggetto con venti test diversi! Dopo aver iniziato l’indagine anamnestica e aver iniziato a conoscere il soggetto, e a comprendere la sua richiesta di aiuto, possiamo anche comprendere che tipo di test ci possono venire in aiuto per tracciare una buona diagnosi. Nella nostra professione utilizziamo vari tipi di test a seconda della situazione clinica che deve essere indagata e dell’età dei soggetti. Si usano test proiettivi che fanno emergere la personalità del soggetto, test di intelligenza, test che indagano aree di prestazione (memoria, faticabilità, attenzione, problem solving...); test che ci aiutano a osservare l’aspetto psico-motorio (scala di Ozeretsky, prove di sincinesi, prove di ritmo...), test per l’orientamento...Etc. La scelta varia anche a seconda dell’età del soggetto.

Ad esempio, con i bambini si privilegiano moltissimo i “graphonage”, cioè i disegni, che si prestano a far sentire a proprio agio il bambino anche in un momento di osservazione molto importante. Talvolta alcuni graphonage, come ad esempio il test dell’albero, sono molto efficaci anche con gli adulti. In questo caso, di fronte ai graphonage, il pedagogista clinico, non interpreta i disegni. L’interpretazione è propria dello psicologo. Il pedagogista clinico legge semplicemente i dati che emergono dal disegno e li tiene in considerazione nel contesto più ampio della sua indagine anamnestica. La lettura è una raccolta di dati attendibili che arricchiscono un mondo più esteso, che è quello che viene a poco a poco svelato dall’osservazione diretta e dal colloquio con la persona, dallo stare insieme a lei durante gli incontri. L’interpretazione, che il pedagogista clinico non fa, è tracciare delle conclusioni, in base ai test. Interpretare non è proprio del pedagogista clinico: questa non è la sua funzione.

Un altro strumento molto utile al pedagogista clinico è il color test, che nella sua semplicità, rappresenta spesso un motore di intuizioni e di spunti molto efficaci per l’anamnesi, suggerendo a volte indicazioni che nel colloquio dovranno essere verificate e confermate.

Rispetto all’uso dei test, come pedagogista clinica, ritengo che essi non siano per la nostra professione “il fiore all’occhiello” e neppure l’elemento distintivo. Per noi sono solo strumenti. Mezzi che ci aiutano a aiutare l’altro. Qualora così non fosse perderebbero il loro valore nelle nostre mani. Quello che conta, con o senza test, è comprendere l’origine del disagio che la persona vive e per il quale soffre e aiutarla a trovare dentro di sé le energie necessarie per conseguire una forza di superamento e conseguentemente una efficacia nella realtà sociale. Del resto, l’educazione, la pedagogia e di conseguenza anche la pedagogia clinica non hanno mai posto il loro fondamento sulle prove, ma sulla persona.

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MAMMA LAVORATRICE: COSÌ DIFFICILE?

La gravidanza e la maternità rappresentano per una donna un momento di svolta molto importante nella propria vita e un nuovo inizio per concepire il proprio futuro in una forma rinnovata. Il binomio donna-mamma\lavoro è diventato negli ultimi anni portatore di grandi sfide e battaglie personali, in quanto è ormai regola quanto anni fa sarebbe potuto apparire anomalo. Le mamme lavorano, collaborano quanto gli uomini al benessere famigliare in senso produttivo e economico, in un clima dove il lavoro, la professione sono per la donna come per l’uomo fonte di realizzazione e vita. Nelle epoche passate non erano abituati a questa immagine della donna: lei era principalmente la moglie e la mamma, l’angelo del focolare e il lavoro era inteso solo e unicamente come lavoro domestico, lavoro di cura dei figli e della casa, della famiglia in generale. Oggi un ideale di questo tipo, oltre a essere molto lontano dallo stile femminile attuale, risulta anche praticamente impossibile dal punto di vista del mantenimento famigliare. In una famiglia media, servono due stipendi e talvolta neppure bastano.

In questo contesto di grande necessità economica e di profonda “emancipazione” femminile, (da non confondere con il femminismo) ancora avviene che molte donne, entro il primo anno di vita del bambino lascino il proprio lavoro perchè gli risulta inconciliabile con la gestione del carico famigliare.

Eppure, volendo, c’è tempo per tutto. Se le donne imparano a rilassarsi di più, a non stressarsi perchè la casa deve brillare come mastro lindo, se in qualche modo depongono la parte cinematografica quotidiana di wonder woman...Se lasciano che i papà riprendano possesso di un ruolo che gli spetta di diritto, se permettono ai loro mariti di scoprirsi capaci e abili anche in cose mai provate finora, come ad esempio “fare la spesa”...E se i papà accettano la sfida di uscire dagli stereotipi antichi della nostra cultura, se accolgono tra le loro mura domestiche donne meno perfette come casalinghe, ma più realizzate come donne e mamme...Allora, si vivrà pienamente un epoca più armonica dove tutti avranno la possibilità di realizzarsi sia nella famiglia che nel lavoro. La persona non si realizza assolutizzando un aspetto della propria vita, ma sapendo integrare tutto con sapienza, equilibrio e un pò di coraggio. Il coraggio di uscire dagli schemi, il coraggio di non sentirsi i soli capaci di svolgere quel compito, il coraggio di essere una famiglia dove non semplicemente si “dividono” i compiti, ma famiglie, coppie, dove si vive una cultura della condivisione, aiutandosi a superare gli eccessi e a evitare gli amorfismi.

Uomo e donna, diversi e complementari possono svolgere sia come madri e padri, sia come lavoratori, compiti importanti e validi. E peraltro, non è un segreto che in compiti sempre concepiti come femminili, gli uomini possano diventare più bravi e precisi delle donne.

Tutto sta a lasciare che la fiducia prenda possesso di sé stessi e si diriga verso l’altro. Il segreto è che uomini e donne si ascoltino di più, e si diano la possibilità di svilupparsi a pieno come esseri umani e non solo come mamme o come lavoratori.

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IO E LO STRESS CHI VINCE?

La parola “stress” è ormai a tal punto presente nel linguaggio comune che la mia cuginetta di 5 anni, mentre la mamma la stimolava a sistemare la propria cameretta, ha risposto: “mamma, ti prego, oggi sono stressata”.
Che sia entrata così apertamente nel nostro parlare quotidiano non significa tuttavia che venga utilizzata in maniera adeguata e pertinente e che tutti ne conoscano realmente il significato.
Spesso infatti, lo stress viene confuso con emozioni o situazioni che talvolta lo accompagnano, quali ad esempio l’ansia.
La parola “stress” fu usata per la prima volta da Selye, un medico viennese che nel 1936 coniò questo termine per indicare quello stato di tensione, di impegno fisiologico per rispondere agli stimoli che si presentano. Egli definì lo stress la carezza della vita e il pugno della morte, per mettere in rilievo da una parte la positività di quell’impegno senza cui la vita non viene veramente vissuta e dall’altra la forza negativa che questa tensione può portare con sé sfociando in pericolose conseguenze.
Se dovessimo dare ora una definizione di stress potremmo dire che esso è la nostra risposta di adattamento agli stimoli che ci provengono dal mondo esterno e\o dal mondo interiore. Sì, perchè non è necessariamente un evento concreto esterno a provocarci stress, può benissimo essere una situazione interiore che viviamo e che ci procura una tensione onerosa.
Se lo stress è la nostra capacità di adattamento a uno stimolo, la difficoltà allora non dipende esclusivamente dallo stimolo in sé stesso, ma dal nostro modo di reagire ad esso. Ogni persona infatti, può sopportare in maniera diversa lo stress derivante da una identica situazione.
Quando la nostra risposta allo stimolo non è adeguata, ecco che ci sentiamo “stressati”, cioè che non riusciamo a reagire in maniera vittoriosa a quello stimolo e ne veniamo in qualche modo catturati, appesantiti, ecc.

Individualmente cerchiamo le strade più svariate per rispondere allo stress in maniera soddisfacente, ma ho sempre l’impressione, nello svolgere il mio lavoro, che il rischio è sempre quello di cercare strade che ci portino a FARE qualcosa, più che ad ESSERE qualcuno.

Un gruppo di persone che hanno condiviso un momento di riflessione sullo stress nel mio studio ha ideato una sorta di “decalogo dello stress” per cercare di fissare alcune strategie applicabili per convivere armonicamente con lo stress quando esso diventa “il pugno della morte”.
  1. Tirar fuori, cioè non implodere. Talvolta, il motivo per cui soccombiamo allo stress è che non ci sfoghiamo nel modo giusto o non ci sfoghiamo per niente. Carichiamo tensione fingendo che vada tutto bene, rimandando la soluzione a tempi migliori, crediamo di essere in grado di mantenere un controllo infinito su qualsiasi cosa e ci infastidisce parecchio dover ammettere il contrario. Purtroppo però, la persona umana possiede dei limiti e ha la forza di resistere fino ad un certo punto, fino a quando il “bicchiere è pieno” e l’acqua esce in maniera dirompente e senza tregua. È allora che può anche succedere che le nostre azioni diventino persino “giganti” e sconosciute a noi stessi, proprio perchè, per quanto improvvise appaiano, sono in realtà il risultato di una costruzione lenta e laboriosa di mesi e di anni di una finta accettazione e di una falsa interiorizzazione. Perciò, una prima regola importante è imparare a “tirar fuori”, a far emergere quello che proviamo, ad accettare le emozioni che proviamo perchè per poterle elaborare, superare e gestire dobbiamo prima di tutto riconoscere che esistono dentro di noi. Il gruppo di riflessione che ha creato il decalogo per esempio ha fatto emergere modi diversi di “sfogarsi”: parlare con un amico della propria situazione, farsi una corsa o praticare uno sport per scaricare la tensione, cercare un aiuto professionale nel momento in cui questo tirar fuori rischia di emergere in un modo poco proficuo.
  2. Sdrammatizzare. Talvolta siamo troppo seri, non sappiamo ridere di noi stessi, complichiamo le situazioni della vita più di quanto non lo siano perchè non riusciamo a “rimpicciolire” le difficoltà.
  3. Avere una buona organizzazione del tempo. L’organizzazione del proprio tempo non è un privilegio dei manager, ma è un dovere di tutti, di tutti coloro vogliono non perdersi nei meandri della confusione, di tutti coloro che vogliono realizzare tutto, ma non il di più, né il troppo poco.
  4. Dare una priorità alle cose. Che dire di questo punto? Non viviamo forse in una società dove le priorità della vita vengono abitualmente confuse, ribaltate, modificate, ecc. Talvolta, addirittura, neppure sappiamo quali siano le nostre priorità, perchè non “abbiamo tempo” di pensare!!!!
  5. Distrarsi. Evviva il divertimento puro, la distrazione, il sapere ridere, trovare momenti di svago con gli amici, ecc.
  6. Staccare. Cosa? La spina. La spina del troppo. Sapersi ritagliare i propri tempi e i propri spazi, sapere a un certo punto dire BASTA, ora mi riposo, ora dico no, ora questo lo posso evitare...
  7. Riflettere al momento propizio. Per quanto nei momenti forti di tensione, riflettere sia l’ultima cosa che forse ci viene in mente, e la cosa che ci sembra più difficile da fare...Dobbiamo tenere a mente che la superficialità non porta molto lontano. Riflessione non significa cavillare, significa guardarsi dentro, essere sinceri con se stessi, fare il punto della situazione nella VERITÀ di noi stessi. Spesso crediamo o siamo convinti di riflettere, in realtà cavilliamo e basta. Ci giriamo e rigiriamo nei nostri pensieri arrovellati, ma non Riflettiamo con la R maiuscola.
  8. Non auto-commiserarsi né abituarsi al lamento. Aiuto! Quanto è difficile ai nostri tempi! Quanto siamo abituati a lamentarci per tutto! Non tolleriamo più nulla! E quando siamo stressati ancora meno. Dovremmo essere in grado, quando ci accorgiamo di esagerare con il lamento, di darci un vero e proprio SCHIAFFO. La lamentela ci rende noiosi persino a noi stessi.
  9. Farsi le coccole: concedersi tempo per sé, trovare modalità adeguate a sé stessi per rinnovare l’Amore per sé stessi, concedersi tempo ed energie per fare le cose che ci piace fare. È vero, a volte, le cose importanti ci impediscono di farlo, ma non è giusto nei confronti di noi stessi mettersi sempre all’ultimo posto!
  10. Riconoscere i propri limiti. Ed eccoci tornare al punto di partenza. Se ci rendessimo conto dei nostri limiti prima, forse non sarebbe necessario nient’altro. Riconoscere i propri limiti significa conoscersi profondamente nelle vicissitudini della vita, sapere come ci comporteremo prima, significa sapere metaforicamente ed accettare che se ho un problema di cuore non mi metterò a correre come un forsennato senza ragione. Riconoscere i propri limiti significa in fondo volersi bene e voler bene agli altri, perchè in questo atto non sottoporremo mai noi stessi né chi ci sta vicino al risultato dei nostri idealismi da wonder woman e superman.
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AUTOSTIMA E FIDUCIA IN SÈ STESSI

Nel lavoro clinico, incontrando persone di ogni età e ceto sociale, sono giunta ad una riflessione profonda.
Molte delle difficoltà che abbiamo nella vita, almeno quelle riguardo a noi stessi e ai nostri comportamenti, molte delle situazioni che ci ritroviamo a vivere derivano in fondo, dalla nostra poca autostima, da una fiducia in noi stessi e nelle nostre potenzialità assopita, addormentata, talvolta addirittura demolita.
Anche su questo argomento si parla parecchio, si discute, e ormai tutti i giorni sento persone con in bocca questa frase: “eh, sì, avrei proprio bisogno di fare qualcosa per migliorare nella consapevolezza che ho di me e della mia autostima”.
Queste persone spesso sono le stesse che scelgono una soluzione esteriore come panacea di un potenziamento di sé. Peccato che se mi sento o sono una persona debole, se ho una personalità fragile, lo sono e lo resto, anche se il bisturi mi ha reso bellissima e i miei vestiti sono all’ultima moda.
Il mio mondo interiore, la mia anima profonda, chi le modella?
Non sarà forse più facile pensare a migliorarsi fuori che dentro?
Non sarà che preferiamo spendere i nostri soldi per indossare una maschera o per cambiare fuori, quando dentro il nostro IO più vero grida giustizia?
Sono colpita dalla dirompente superficialità prevalentemente femminile. Il sesso che per natura dovrebbe essere più portato alla riflessione, alla crescita interiore, si sta dimostrando sempre più attento ad una bellezza che svanisce che a coltivare quell’IO VERO che ti conduce alla felicità e alla vera realizzazione nella vita. Questa consapevolezza, in parte mi delude, ma soprattutto mi preoccupa.

Che ne sarà dei nostri giovani? Che ne sarà delle generazioni che ci seguiranno se avranno come modelli mamme tipo: “specchio, specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?”
La superficialità conduce a lungo andare ad un distacco dalla realtà. Si vive convinti che la via per il successo nella vita sia diventare veline e sposare un calciatore e quando ci si accorge che forse ciò non è tutto, talvolta è troppo tardi. Troppe scelte pesanti sono state fatte e non senza conseguenze, frutti copiosi di infelicità e insoddisfazione, di immagini bruciate e carriere sfumate.

Ebbene a tutte le persone che ritengono di non aver autostima o di averne poca o che desiderano crescere in questo aspetto tanto importante per la propria persona, lo sapete che dentro di voi si agita un EROE che vagisce e attende di nascere alla vostra consapevolezza?

Forse è il caso di rendersene conto e di iniziare il nuovo anno a partire da dentro!

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LA PIGRIZIA INTERIORE

Quando ero giovane e frequentavo l’oratorio, il prete parlava spesso di pigrizia interiore. Confesso che non è che avessi proprio chiarissimo, pur capendo di cosa si trattasse, quanto fosse diffusa, né quali fossero le sue conseguenze. Certo, il sacerdote ne parlava in una accezione religiosa, si riferiva alla pigrizia nei confronti della preghiera, della fede. Di fatto, però non mi sembra che ci sia molta differenza dal concetto del prete di pigrizia interiore a quello che io, da pedagogista clinico, ho maturato nel tempo.
È mia convinzione che la pigrizia interiore sia uno degli scogli più diffusi, insieme alla superficialità, alla vita interiore profonda di ogni persona. Ma cosa porta una persona ad abbandonarsi alla pigrizia?
Tante cose: la stanchezza, il credere che il proprio mondo interiore possa passare in secondo piano, la frettolosità di avere e la superficialità dell’essere, la consapevolezza che per conoscersi a fondo, migliorarsi e potenziarsi occorre tanta fatica!

E allora, perchè faticare? Perchè impegnarsi consapevolmente quando la vita da sé ti porta insegnamenti preziosi prima o poi, perchè non abbandonarsi al fato?

Proverbi popolari e saggi consigli recitano: “aiutati che il Ciel ti aiuta”, “l’uomo è l’artefice della sua fortuna”, “la pigrizia è il rifugio degli spiriti deboli”, “la purezza di mente e la pigrizia sono incompatibili”.

Ecco perchè è importante fare fatica, sforzarsi di entrare nel proprio mondo interiore, aprire la porta dell’IO profondo, ritagliarsi spazi e tempi per la riflessione personale e di gruppo, per lavorare su di sé, per crescere come persone. Leggere libri che ci stimolino a cambiare, creare situazioni e condizioni proficue per migliorarci come persone.

Chissà, se un giorno capiremo che vincere la pigrizia equivale a diventare maghi e guerrieri allo stesso tempo, che significa superare la nostra condizione di orfani e finti martiri per avviare un viaggio che ci fa diventare eroi di noi stessi, che ci fa tornare dal nostro viaggio con un tesoro prezioso, quello di un IO migliore, più forte, più vero, più maturo e reale...

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SVEGLIATI O TU CHE DORMI!

Siamo in un periodo in cui i mass-media ci stanno bombardando, forse anche eccessivamente, di notizie riguardanti comportamenti al limite della legalità dei ragazzi, fenomeni legati al bullismo e quant’altro, situazioni estreme che sfociano in comportamenti lesivi e pericolosi su coetanei.

Mi perdonerete, pertanto, se metto da parte per una volta la rubrica e le vostre domande per fare una riflessione più che doverosa su quanto sta accadendo. Voglio che si erga una piccola voce di denuncia di fronte agli episodi di violenza di cui siamo testimoni, ma nello stesso tempo uno stimolo forte di riflessione nei confronti di tutti coloro che si occupano della educazione e della formazione dei ragazzi, fin da quando sono bambini. Mi rivolgo pertanto a tutti, non solo ai genitori, ma anche ad insegnanti, educatori, pedagogisti, me compresa, ecc...Non da una cattedra, ma in mezzo alla folla come chiunque altro, ma nello stesso tempo con un occhio un pò più lucido e oggettivo dovuto ad una esperienza variegata e a una competenza pedagogico-clinica.

L’episodio di Niscemi non può non interrogare il mondo degli adulti visto che per quanto di comportamenti omicidi e violenti si tratti, non giustificabili, siamo di fronte a ragazzi in pubertà e nella neo-adolescenza. Trascorriamo i giorni a ripassare sconcertati le vicende, esprimendo disappunto e orrore di fronte al comportamento di questi “mostri” (così vengono definiti dai giornali), quando ciò che dovremmo fare è interrogarci profondamente su quanto stiamo facendo per i nostri figli e i nostri ragazzi, su quanto stiamo realmente facendo per trasmettere loro valori e una coscienza, insieme ai jeans firmati e ai cellulari dell’ultima generazione, su quanto siamo responsabili del comportamento di questi “mostri”. Un episodio del genere non può non fare pensare che noi adulti abbiamo delle responsabilità in quanto sta accadendo, una responsabilità che diventerà una colpa se continuiamo a restare immobili ed esterrefatti senza cambiare nulla nel nostro comportamento di educatori e formatori.

I nostri ragazzi ci dicono tacitamente e con il loro comportamento:

Svegliati o tu che dormi, genitore, smettila di fare il sindacalista di tuo figlio e riscopri cosa significa educare. Ritrova dentro di te le cose essenziali da trasmettere a tuo figlio e su cui non scendere a compromessi. Ri-impara a dire dei no, secchi e duri se serve, autorevoli e sicuri.
Riscopri la sapienza per discernere quando è il caso di gratificare e quando è il caso di fare la voce grossa. Pensa a cosa puoi fare per lui per aiutarlo a rendere la vita più vivibile e serena non solo per lui stesso ma anche per gli altri. Ricordati che sei genitore e non amico, educatore e non giullare, che devi essere autorevole e non smidollato, perchè i tuoi comportamenti, le tue parole, la tua testimonianza e il tuo esempio concorrono a formare quella coscienza e quella persona di cui un giorno vedrai i frutti.

Svegliati o tu che dormi, insegnante, inizia ad ascoltare quello che i ragazzi dicono non sempre con le parole, a pensare meno al programma e più alla persona, ad avere il coraggio di prepararti e rafforzarti per essere degno del tuo ruolo nelle sfide che ci attendono. Impara a capire la differenza tra comunicare e litigare con i genitori, cosciente del fatto che solo se comunicate tra di voi vi potete ricordare che in mezzo alle vostre parole ci siamo noi!

Svegliamoci, noi tutti, professionisti del settore, cerchiamo di avere il coraggio di andare a fondo nelle cose, di dire la verità anche quando questa è amara, di non avere paura di scuotere e stimolare fortemente, senza farsi fermare dal timore e dal falso rispetto per non perdere il cliente. Cerchiamo di fare ognuno il proprio dovere e il proprio lavoro, perchè facendo bene il proprio lavoro si ottengono buoni risultati mentre improvvisando male il lavoro degli altri commettiamo solo grossi strafalcioni.

Svegliamoci tutti, perchè finora abbiamo dormito sonni tranquilli, lasciando alla Provvidenza quanto ci conveniva lasciargli, dimenticandoci che si raccoglie come si semina.

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LA BALBUZIE

Nel quadro dei disturbi del linguaggio, trova spazio anche la balbuzie che si manifesta come un ritardo, un inceppamento o una ripetizione di una o più parole. Si tratta di una difficoltà elocutoria molto più diffusa di quanto non possa sembrare, perchè le sue manifestazioni sono molto numerose e non sono soltanto quelle più “famose” e appariscenti.

La letteratura scientifica vanta una buona informazione sull’argomento, anche se, a causa dell’origine spesso multifattoriale del disturbo, la ricerca scientifica e soprattutto la pratica clinica sono sempre in un movimento dinamico, finalizzato a trovare migliori e più efficaci soluzioni e/o interventi.

Esistono diversi tipi di balbuzie a seconda della tipologia di manifestazione nella concretezza dell’espressione verbale e degli elementi coinvolti nel momento in cui la difficoltà si manifesta.

Parliamo di balbuzie tonica quando vi è un inceppo nella pronuncia di fonemi esplosivi, quali b-p-t, spasmo della muscolatura facciale e toracica, e irregolarità della funzione respiratoria. Vi è una balbuzie clonica, invece, con la ripetizione di fonemi o sillabe.

Queste manifestazioni sono le più ricorrenti e evidenti e generalmente non si presentano singolarmente e in maniera univoca. Spesso, infatti, compaiono elementi dell’una e dell’altra.

Esistono anche balbuzie più rare, come quella paralalica e quella palilalica: nel primo caso si assiste a una ripetizione continua di fonemi paralinguistici, come cioè, già, sì, è vero, all’interno di una frase o all’inizio, oppure di ehm, beh...E simili. Nel secondo caso, invece vi è ripetizione non concitata di intere parole all’inizio della frase.

La balbuzie generalmente quando si manifesta prevede spasmi che possono essere localizzati a livello della lingua e delle labbra (labiocoreica), o a livello della faringe (gutturo-tetanica).

Le cause e le motivazioni legate alla balbuzie possono essere molto diverse e numerose e per questo motivo spesso questo tipo di disturbo richiede un intervento multidisciplinare dove competenze complementari si incontrano alla ricerca di un aiuto adeguato e completo. La balbuzie avvicina professionalmente foniatri, otorinolaringoiatri, pedagogisti clinici, logopedisti, psicologi.

La pedagogia clinica si inserisce, ovviamente o come aiuto nel recupero del linguaggio là dove non vi sono motivazioni di carattere organico, oppure come aiuto al miglioramento della sua gestione là dove patologie o lesioni possono determinare la manifestazione della balbuzie. È chiaro che i risultati saranno corrispondenti e che il definire la presenza o l’esistenza di una lesione organica modifica la possibilità di ottenere risultati più o meno soddisfacenti.

L’intervento con persone balbuzienti può essere molto diverso, sia per la motivazione che la determina, che per l’età del soggetto coinvolto. Si tratta generalmente, comunque di interventi piuttosto lunghi e faticosi, soprattutto nel caso di adulti, dove la difficoltà elocutoria ha già raggiunto un livello di abitudine e frequenza forte.

Il pedagogista clinico, come prima cosa, è tenuto a fare una anamnesi accurata insieme al soggetto, perchè senza indagare la motivazione e la personalità del soggetto balbuziente sarà ben difficile operare un intervento adeguato e efficace. Come sempre, di fronte a qualunque disagio, l’approccio è solistico, si rivolge alla persona nella sua completezza e non soltanto al linguaggio in questo caso. Il pedagogista clinico non si sovrappone, né sostituisce al logopedista, ma propone un tipo di intervento che coinvolge respirazione, corpo, riflessione e affettività.

Nella mia attività clinica mi trovo molto più spesso di fronte a balbuzie la cui origine non è organica o fisica.

Spesso i soggetti con balbuzie hanno grosse difficoltà a gestire le loro emozioni, l’ansia e lo stress. Questo li condiziona fortemente nell’attività respiratoria creando disfluenza e disrtmia. I soggetti balbuzienti spesso non hanno ritmo e spesso sono persone con inibizione affettiva. L’intervento che diviene necessario è di conseguenza da una parte un lavoro sulla respirazione, aiutando il soggetto a raggiungere un ritmo respiratorio adeguato all’espressione verbale utilizzando il metronomo, la musicopedagogia® e il colloquio stesso; e dall’altra un lavoro insieme alla persona per rafforzare il sé, l’autostima in modo che il soggetto diventi abile nel contenere la propria affettività, nel gestirla e nel sapere di conseguenza affrontare la difficoltà quando si presenta. Questo obiettivo si può perseguire, a seconda della persona con il metodo Reflecting®, per stimolare la riflessione nel soggetto affinché trovi in sé le energie necessarie per affrontare il problema e superare l’ostacolo che gli si pone sul cammino e per approfondire la motivazione. Oppure, là dove l’inibizione riguarda anche il corpo, attraverso metodi di aiuto nella riscoperta del proprio corpo, quali il toutch ball® e il discovery project®, inizialmente, e successivamente il body work®.

Spesso avviene che i soggetti balbuzienti abbiano in famiglia un’altra persona, un genitore che ha lo stesso problema. Più che parlare di ereditarietà in questo caso, si potrebbe parlare di imitazione. La natura ereditaria della balbuzie non è scientificamente provata, mentre è chiaro che l’influenza per imitazione di una persona che tutti i giorni possiede questa difficoltà elocutoria può essere determinante nello sviluppo del linguaggio nel periodo infantile.

In queste situazioni, la ripresa di un espressività elocutoria corretta può avere tempi e ritmi ancora più lenti perchè a fianco dell’intervento, vi è l’abitudine della persona stessa e del famigliare. È per questo motivo che la balbuzie da adulti è più difficile da vincere, nei casi dove è possibile vincerla, rispetto a situazioni di balbuzie infantile.

La balbuzie tende a manifestarsi in una età compresa tra i 3 e i 7 anni. Quando si manifesta più tardi, in realtà, è perchè sono stati evidenziati, ma forse non riconosciuti tratti di balbuzie anche precedentemente. In casi rari, in situazioni traumatiche la balbuzie puð comparire anche da adulti.

Certamente, in ogni caso, è bene che appena si ravvede un segnale di difficoltà elocutoria si provveda a un approfondimento affinchè nel caso vi sia balbuzie si possa procedere con un intervento adeguato che eviti al bambino non solo le difficoltà legate al linguaggio, ma tutte le problematiche e i disagi affettivi, relazionali e di apprendimento a cui la balbuzie può dare origine.

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